martedì 9 ottobre 2007

Italiano, portiere, meglio cambi mestiere

Le attenzioni erano tutte per Dida.
Dopo la figuraccia di Glasgow, persino la sua conferma come titolare era in dubbio.
Ancelotti lo ha riproposto, e il brasiliano, contro la Lazio, lo ha ripagato con una prestazione positiva. Incassato senza colpe il gol di Mauri, il portiere rossonero è riuscito persino a bloccaree qualche pallone.
Dovrebbe essere l'ABC del mestiere, ma le sue ultime uscite a vuoto, metaforicamente e non, invitano a concentrarsi persino su particolari un tempo poco significativi.
La categoria ha comunque rimediato una magra figura, a causa della disastrosa prova del più giovane collega, l'uruguaiano Fernando Muslera.
Lotito, rimasto troppo a lungo impelagato nell'affare Carrizo, si è vantato di aver strappato il portierino ad una folta concorrenza, comprendente anche alcuni club prestigiosi, probabilmente inglesi. Fosse vero, sarebbe l'ennesima conferma della miopia dei dirigenti della perfida Albione in tema di estremi difensori.
Passare da un mostro sacro come Peruzzi a questo ragazzino, uscito dall'Olimpico con lo zainetto sulle spalle come un liceale qualsiasi, è come rimpiazzare Platini con Magrin (sigh).
Della serata romana del 7 ottobre 2007, di Muslera si ricordano: la gita fuori porta in occasione del gol di Ambrosini, il rigore provocato su Gilardino con la complicità di Mauri, i due palloni, mittenti Kakà e il redivivo puntero biellese, infilatisi tra le sue gambe. A questo, bisognerebbe aggiungere un altro penalty, prima concesso poi revocato dall'incerto Morganti, ma è come sparare sulla Croce Rossa.
Sorge spontanea una domanda: per pescare uno così bisognava spingere sino in Uruguay?
Quello della Lazio non è un caso isolato.
Delle grandi, la sola Juve affida la porta ad un italiano, Buffon, mica uno qualsiasi.
In una scena di "Eccezziunale veramente capitolo secondo... me", Donato/Abatantuono insiste per schierare l'ucraino Shevchenko in porta e il verdeoro Dida in avanti, come tradizione vorrebbe. Visto il rendimento dei due, chissà che un cambiamento non giovi...
Scherzi a parte, il mondo va davvero alla rovescia, le consuetudini sono ribaltate, l'impossibile diventa possibile. Capità così che Inter, Milan e Roma si affidino ai brasiliani Julio Cesar, Dida e Doni. A loro si affianca il Genoa con Rubinho.
La Fiorentina punta sull'ottimo Frey, francese ma italiano di formazione.
Ad Udinese Handanovic ha scalzato Chimenti. L'inverso è avvenuto a Catania, dove all'argentino Bizzarri, ex enfant prodige, viene ultimamente preferito Ciro Polito, una carriera spesa tra B e, soprattutto, C.
Il caso limite è quello del Siena, dove il greco Elefterophoulos ha tolto il posto all'austriaco Manninger. Effetti della globalizzazione.
Succede persino di trovare un portiere canadese (Forsyth, Atalanta), costato ai bergamaschi l'eliminazione in Coppa Italia. E ce ne sono altri...
Dietro Buffon, insomma, il vuoto.
Ritiratosi Peruzzi, invecchiato Toldo, Amelia, prigioniero di Spinelli a Livorno, resta un buon portiere, nulla più, così come Abbiati, emigrato in Spagna per fare la riserva di Leo Franco. In campo contro il Barcellona, ha regalato con una topica clamorosa il vantaggio ai blaugrana. Sempre nella Liga giocano Storari (Levante), Sorrentino (Recreativo Huelva) e De Sanctis (Betis). In Inghilterra troviamo Cudicini, ormai bandiera del Chelsea, uno dei pochi sopravvissuti all'arrivo di Abramovich. Tra gli altri, ricordiamo il Roma monegasco, Pelizzoli moscovita e lo 'svizzero' Razzetti.
La Nazionale è lo specchio di questa situazione in costante peggioramente, novità assoluta e scomoda per il nostro calcio. Attualmente, il terzo portiere degli azzurri è Curci. Il romanista, lanciato giovanissimo ma presto confinato in panchina, è premiato oltre i propri meriti e potenzialità.
Viviano, mezzi fisici straordinari e grande reattività, è in B, al Brescia, come l'Under 21 Consigli, la cui riserva Sirigu milita addirittura in C1, nella pur nobile decaduta Cremonese.
Molti portieri militanti nella massima seria sono stagionati, da Ballotta a Fontana passando per Bucci e Iezzo. Il ricambio non c'è stato, i giovani vengono importati dall'estero.
Vedendo gli errori, pardon, orrori di Muslera, si capisce come qualcosa non quadri.

Muslera resuscita il Milan

7 giornate, e salta la prima panchina.
E', come prevedibile, Orsi a fare le valigie, pagando così il pessimo andamento del Livorno. D'altronde, non essendo possibile 'esonerare' i vari Rossini, Tavano e Tristan, a rimetterci è sempre l'allenatore, soprattutto con Spinelli.
La sconfitta contro il redivivo Catania del pedator pentito Baldini (1-0, gol di Sardo) costringe i labronici a rimanere all'ultimo posto solitario in classifica.
Il Siena, infatti, saluta i cugini toscani e risale, grazie alla netta vittoria per 3-0 nel derby con l'Empoli. L'espulsione di Adani cambia la partita: rigore trasformato da Maccarone e superiorità numerica sfruttata dagli ottimi Galloppa e Locatelli.
Rimanendo nella terra di Dante, la Fiorentina agguanta la Juve grazie ad un'ingenuità di Legrottaglie che causa il rigore trasformato da Mutu; il vantaggio bianconero era stato firmato da Iaquinta a metà primo tempo. L'arbitro Rizzoli, con la gentile collaborazione del guardalinee Stocchi, ne combina di cotte e di crude.
Il personaggio della domenica è, però, suo malgrado, il portierino della Lazio Fernando Muslera, classe 1986, strappato, così dice Lotito, alla concorrenza di grandi club. Sul gol di Ambrosini staziona ai limiti dell'area piccola e viene scavalcato, provoca il rigore dell'1-2 (prima era stato graziato per un intervento simile) e si fa passare il pallone tra le gambe prima da Kakà, poi dal rinato Gilardino, che fa addirittura doppietta per il clamoroso 1-5 finale.
Sull'altra sponda del Tevere si torna a sorridere. Parma è terra di conquista, la doppietta di Totti, inframezzata dal gol di Mancini, decide un match viziato dall'espulsione di Corradi per doppia ammonizione dopo appena 27 minuti.
Discorso simile per il Torino. Prima vittoria per gli uomini di Novellino contro la Samp, allenata per 5 anni dall'ex calciatore del Milan, il cui pupillo, Volpi, si vede sventolare il rosso per una manata a Rubin. L'unico gol della partita è opera di Corini, mentre agli ospiti non basta Cassano (un palo per lui).
Continua il momento d'oro del Genoa, vittorioso sul Cagliari con un perentorio 2-0. Borriello, ancora lui, e Sculli, fanno risalire in classifica il grifone dopo una pessima partenza.
Chi non se la passa bene è il Palermo. Prima la clamorosa eliminazione in Uefa per mano dei cechi del Mlaba Bolesnav, poi il pareggio interno contro la Reggina, riacciuffata al 94° dal solito Amauri. Di Nick Amoruso il momentaneo vantaggio, anch'esso nel recupero (91°).
Pareggiano anche Atalanta e Udinese. In occasione del centenario della Dea bergamasca, Dondarini regala un rigore che Zampagna si infrange sulla traversa. L'ottimo Handanovic fa il resto.
Nell'altro anticipo, l'Inter si impone per 2-1 sul Napoli. La doppietta di Cruz, imbeccato da un Ibrahimovic in gran spolvero, porta avanti gli Onesti. La rete di Sosa serve solo per salvare l'onore.
Grazie al pareggio di Firenze, i punti di vantaggio dei 'campioni in carica' sulle seconde (Juve e Roma) sono 3. C'è odore di fuga.

Classifica:
Inter 17
JUVENTUS, Roma 14
Fiorentina 13
Genoa 12
Udinese, Palermo 11
Milan, Atalanta, Napoli 10
Catania 9
Sampdoria 8
Cagliari, Torino, Lazio 7
Siena, Parma 6
Empoli 5
Reggina 4
Livorno 2

lunedì 8 ottobre 2007

Iaquinta - Mutu, l'Inter se ne va

Ad un passo dal traguardo, la Juve inciampa, rallenta, non cade, ma perde la scia di un Inter che abbozza la prima fuga stagionale.
I Mancini boys ringraziano la freddezza di Mutu, doppio ex molto rimpianto dalle parti di Corso Galileo Ferrarsi. Fu proprio Moratti a portarlo in Italia facendogli assaggiare il grande calcio, salvo sbolognarlo troppo in fretta come consuetudine. Verona e Parma, dove formava una coppia stellare con l’Adriano dei tempi d’oro, da non confondere con il DJ dell’Hollywood tesserato per i nerazzurri, sono il trampolino di lancio verso la nuova Mecca calcistica, rappresentata dal Chelsea del magnate Abramovich. A Londra, però, ha assaggiato la polvere… bianca,e la sua carriera ha rischiato di finire in frantumi, a seguito di una squalifica per uso di cocaina e conseguente licenziamento. Ingrassato, con un matrimonio andato a puttane, quel segugio di Moggi fiuta il colpaccio, lo tessera, facendolo allenare, e dimagrire, in attesa che finisca la squalifica. In bianconero, mostrerà solo a sprazzi la propria classe, anche a causa di un ruolo, quello di vice Nedved, troppo defilato, ma la concorrenza di Del Piero e Ibrahimovic lo costringono a starsene buono, tra fascia e panchina. L’obiettivo più importante, tornare un calciatore importante, è comunque centrato, la scommessa vinta. Il resto è storia recente: Farsopoli, la B per la Juve, il passaggio in viola dove ritrova il maestro Prandelli, le prodezze decisive per la qualificazione in Uefa. Oggi, è tornato quello dei tempi di Parma, una delle migliori seconde punte del campionato. Meglio di lui,attualmente c’è il solo Ibrahimovic. Già…
A proposito di ritorni, da segnalare quello di Legrottaglie, capace di riproporsi per 88 minuti ai livelli dei tempi del Chievo, quando conquistò persino l’azzurro. Mette la museruola a Pazzini e Vieri,ma una mano galeotta rovina la sua prestazione e vanifica la strenua resistenza della squadra. (Di)Sgraziato intervento, rigore, 1-1 firmato Mutu, tutto da rifare. Come rovinare tutto in un secondo.
Pensare che la difesa aveva retto bene. Gli sbandamenti della coppia Andrade – Criscito, ben presto accantonati seppur con motivazioni diverse, sono un lontano ricordo. Sia l’ex clivense che Chiellini disinnescano gli avanti viola, pur con qualche rudezza di troppo, tanto da rischiare per ben due volte il rigore.
E qui entra in scena il protagonista indiscusso della sfida: l’arbitro Rizzoli, coadiuvato dall’assistente Stocchi. Da ieri pomeriggio, la loro fedina penale-arbitrale annovera, nell’ordine: gol ingiustamente convalidato alla Juventus nonostante il fuorigioco attivo di Trezeguet; rigore negato ai viola per sandwich Chiellini – Molinaro su Semioli; fuorigioco fischiato a Gobbi, Del Piero lo teneva in gioco; secondo rigore negato per improvvisato incontro di wrestling Chiellini vs. Vieri; fallaccio di Mutu su Palladino non sanzionato. Fosse accaduto nell’era Moggi, intere trasmissioni sarebbero andate avanti per settimane solo a parlare di questa partita. Le polemiche, comunque, non mancheranno, mentre in campo i viola hanno limitato al minimo le proteste. Onore a loro.
C’è chi può, e chi non può. Del Piero, suo malgrado, non può essere protagonista. Le scelte di Ranieri lo relegano in panchina. Si torna al 4-4-2, con Salihamidzic a destra, Almiron al posto dello squalificato Zanetti in mezzo e Iaquinta a fianco di Trezeguet. Ancora fuori Criscito, al quale vengono preferiti Chiellini come centrale e Molinaro a sinistra. L’attenzione, i flash, però, sono tutti per il capitano. Le insinuazioni galoppano, si parla di esclusione ‘politica’, dettata insomma dal difficoltoso rinnovo contrattuale. Il gol e la prestazione di Iaquinta danno pienamente ragione, almeno nella sostanza, a Ranieri, unitamente allo scialbo quarto d’ora giocato da Alex. Se veramente fosse arrivata una telefonata dall’alto per invitare il tecnico ad escludere il numero 10, chi definiva Ranieri uno ‘yes man’ troverebbe conferma inequivocabile alla propria tesi. Conoscendo lo stile del tecnico di Testaccio, opto decisamente per la scelta tecnica.
Prandelli risponde con il solito 4-3-3, escludendo Pasqual e Liverani in luogo di Balzaretti e Kuzmanovic.
Un sostanziale equilibrio caratterizza i primi giri d'orologio. Un tiro da fuori di Mutu, finito poco oltre la traversa, tenta di rompere la monotonia, per evitare che la montagna partorisca il classico topolino.
A metà primo tempo, però, la Juve si desta dal torpore, e colpisce subito con Iaquinta: sciabolata morbida di Almiron, Gamberini intercetta di testa il passaggio, recapitandolo sui piedi dell'accorrente Iaquinta, che controlla e infila con un diagonale chirurgico l'impietrito Frey. I viola incassano con aplomb inglese, ma la rete è palesemente viziata dalla posizione irregolare di Trezeguet.
Dopo alcuni minuti di smarrimento, la reazione dei padroni di casa è guidata dal talentuoso Montolivo, la cui bomba, deviata da Almiron, costringe Buffon alla prodezza di piede.
Capovolgimento di fronte, e Nedved conclude una trama ficcante della Juventus con un bolide alzato in angolo dall'attento Frey.
E' l'unico lampo del ceco, che conferma di non essere ancora (più?) quello dei tempi d'oro. Tutto il centrocampo bianconero va ad intermettenza, eccezion fatta per Salihamidzic, costantemente avulso dal gioco ed incapace di affondare. Almiron lascia intravedere geometrie importanti, ma deve crescere in continuità e personalità, che non fa difetto a Nocerino, il quale, però, non azzecca un rilancio nemmeno per sbaglio. Ci salva, ancora una volta, l'indemoniato Iaquinta, generoso combattente bravo a regalare profondità alla squadra e sempre più efficace sottoporta. Segnali di vita da Trezeguet, a parte la scampagnata davanti a Frey in occasione del vantaggio, non ne arrivano.
Dall'altra parte, la costante dei lanci lunghi per le spizzate di Pazzini si infrange contro la muraglia eretta da Legrottaglie e Chiellini. La crisi del centravanti toscano continua, e viene meno anche l'apporto di un Mutu stranamente inconcludente. L'impeto di Semioli è placato da un sorprendente Molinaro, destinato a ripercorrere le orme di Balzaretti. A proposito, nessun rimpianto per la cessione del modesto terzino, ma questo già si sapeva.
Per sfruttare il leit motive del primo tempo, Prandelli si ripresenta con Vieri al posto dell'anonimo Kuzmanovic, con l'arretramento dell'ex clivense in linea con i centrocampisti.
Nonostante l'impressionante potenziale offensivo viola, dopo 5 minuti è della Juve la prima, grossa, occasione, ma il diagonale di Trezeguet, imbeccato dal solito Iaquinta, trova Frey pronto alla respinta di piede. Dainelli, su azione d'angolo, risponde con un'incornata alta sulla traversa.
L'arrembaggio viola prosegue disordinato, e sono ancora gli uomini di Ranieri a sfiorare il raddoppio. Nedved affonda finalmente sulla sinistra, mette in mezzo per Trezeguet che non impatta, la sfera finisce sui piedi sbagliati, quelli di Salihamidzic; il diagonale del bosniaco trova ancora una volta pronto Frey, sulla respinta si avventa Trezeguet, la cui conclusione si spegne a lato.
La Fiorentina è in riserva, e saggiamente Prandelli toglie Semioli e Pazzini per Gobbi e l'esordiente Vanden Borre. Ranieri tarda la sostituzione di Palladino, entrato poi al 26° per lo spento Nedved. Dopo 6 minuti, tocca all'uomo più atteso, Del Piero, in campo al posto dell'esausto Iaquinta.
Il capitano non riesce ad incidere, tutt'altro, appare lento ed indolente. Lo specchio del suo attuale momento è il tentativo di superare in velocità con un improbabile scatto Dainelli. Risultato? Palla persa, ripartenza per i viola, e proprio qui parte l'azione che porterà al rigore. Un po' la voglia di strafare, un po', diciamo parecchio, il goffo intervento di Legrottaglie a stoppare, di braccio, il colpo di testa del rumeno, ed ecco confezionato il pareggio. Dal dischetto, Mutu infatti non sbaglia, nonostante Buffon riesca a sfiorare la sfera.
Sembra finita, ma non è così. C'è ancora tempo per il secondo rigore negato alla Fiorentina e il rosso negato all'autore del pareggio.
Il fischio finale, sulla punizione sballata di Palladino, lancia l'Inter in fuga solitaria. Questa Juve, lontana dallo schiacciasassi di capelliana memoria, non può permettersi di dilapidare punti per strada. Poco importa se il gioco non sia stato brillantissimo, se gli errori arbitrali hanno viziato il match, se Del Piero e Nedved sono lontani parenti dei trascinatori visti l'anno scorso: bisognava vincere, e basta.
Inutile stare a rimuginare, dopo la sosta bisogna ripartire, per non perdere definitivamente il treno. Il 4 novembre ne sapremo certamente di più; bisogna a tutti i costi arrivarci con un filotto di vittorie, e poi chissà.

LE PAGELLE:
Buffon 6.5 - Para tutto, tranne il rigore, ma ci va vicino. Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo.
Grygera 6 - Attento in fase difensiva, spinge molto, troppo poco.
Legrottaglie 5.5 - Macchia un'ottima prova con il fallo di mano che consegna a Mutu il rigore dell'1-1.
Chiellini 6 - Giorgio è più fortunato del compagno di reparto. I rigori potevano essere addirittura 2, ci fosse stato Criscito al suo posto sarebbe stato demolito. A parte tutto questo (ma non è poco), se la cava bene.
Molinaro 6.5 - Sorprendentemente attento in fase difensiva, i piedi lo limitano un po' in fase di offesa.
Salihamidzic 5 - C'è, ma non si nota.
Nocerino 5.5 - Recupera molti palloni, ma troppo spesso la sfera sembra scottare tra i suoi piedi, e la sparacchia malamente in avanti.
Almiron 6 - Qualche segnale di crescita lo fornisce. La sosta capita nel momento sbagliato, al rientro speriamo di rivederlo in campo, magari a fianco di Zanetti.
Nedved 5.5 - Il solito Nedved versione 2007/2008: alterna pause a lampi piuttosto infrequenti, corre ma non incide, graffia ma non morde (Palladino 5.5 - La classe c'è, il resto, piano piano, sembra poter emergere, ma deve ancora lavorare tanto, tanto, tanto. Quella punizione al 94°, poi...).
IAQUINTA 7 - Corre, commette e subisce falli, da profondità alla manovra, segna, pare posseduto. Sfinito, viene richiamato, e la partita cambia (Del Piero 5 - Con tutto l'affetto per Alex, ha giocato senza mordente, perdendo un pallone pesantissimo in malo modo. Deve darsi una mano se vuole strappare un rinnovo).
Trezeguet 5.5 - Non sfrutta quei pochi palloni che gli capitano a tiro, e finisce troppo spesso in fuorigioco.

Ranieri 5.5 - I fatti gli danno torto. Salihamidzic andava sostituito, continua il mistero Tiago.

Fiorentina: Frey 7, Ujfalusi 6, Dainelli 6.5, Gamberini 5.5, Balzaretti 5.5; Kuzmanovic 5.5 (Vieri 6), Donadel 6, Montolivo 6; Semioli 5.5 (Gobbi 6), Pazzini 5 (Vanden Borre 5.5), Mutu 6.

Arbitro, Rizzoli 4 - Un disastro, Moreno al confronto può fare il designatore.
Assistenti, Strocchia 4, Rossomando 6.

Didopoli

Perché accontentarsi di un ‘Big Mac’ (Maccarone, vedi Siena – Milan), quando puoi avere tutto il Mc Donald? Questo deve aver più o meno pensato Nelson Dida quando ha recapitato, il pallone del 2-1 sui piedi di Mc Donald, professione riserve di Vennegoor of Hesselink, altro puntero noto a Dida.
Cosa abbia invece pensato al momento della sceneggiata susseguente, non è dato saperlo, visto che il portiere si è trincerato dietro un fastidioso silenzio stampa. Quel che è certo è la clamorosa simulazione, aggravata dalla pittoresca uscita in barella manco fosse stato colpito dal Tyson dei tempi d’oro.
Per chi non lo sapesse, un tifoso del Celtic, dopo il gol decisivo regalato dal brasiliano, è entrato in campo colpendolo con un buffetto canzonatorio per l’ennesima papera commessa. Dida fa tre passi e si accascia al suolo contorcendosi come un tarantolato. Ai danni tecnici si è insomma aggiunto un danno d’immagine che investe, suo malgrado, tutto il Milan.
Palpabile l’imbarazzo della truppa milanista nel dopo-partita, tanto da costringere Galliani a chiarire immediatamente il mancato ricorso contro gli scozzesi. D’accordo, al padrone viene rimproverata una certa faccia tosta, ma sarebbe stato troppo anche per il buon Silvio.
L’estremo difensore non rischia solo una (sacrosanta) squalifica, ma addirittura l’accantonamento, forse a partire da gennaio. Il Kalac visto a Palermo è una garanzia, ma per gli avversari, e ad ogni uscita a farfalle e/o presa mancata cresce esponenzialmente il rimpianto per il mancato arrivo estivo di Buffon, e persino per il frettoloso prestito di Abbiati. Possibile che quest’ultimo, attualmente riserva di Leo Franco a Madrid sponda Atletico, venga richiamato. Più defilata la candidatura ormai fissa di Amelia, remote le ipotesi Pagliuca e Peruzzi. Il contratto firmato a marzo dal brasiliano, 4 milioni sino al 2010, rende quasi impensabile una sua cessione; l’unica via è la rescissione.
Intanto, il malcontento dei tifosi monta. Da Internet si segnala addirittura una petizione per cacciarlo.
Solo contro il Genoa, all’esordio stagionale, il portierone, ormai solo per la stazza, ha mantenuto inviolata la propria porta. Successivamente, si segnalano errori in serie, tra mancate uscite “europee” (Siviglia e Celtic) e saponette toscane (Siena).
E’ abituato a vivere sulle montagne russe, Dida. Dalla partenza shock, con la clamorosa papera di Leeds, alla finale di Manchester, infine il ritorno a livelli imbarazzanti. Dalle stalle alle stelle e ritorno. E qui per stelle si intende l’essere addirittura considerato il miglior portiere del mondo, assieme, se non superiore, a Buffon.
Lo spartiacque della sua carriera ha una data precisa. 12 aprile 2005: un fitto lancio di oggetti dalla curva interista costringe l’arbitro a sospendere l’euroderby di ritorno, valevole per i quarti di Champions League. Un petardo centra la spalla destra del portiere brasiliano. Colpito, resta a terra, ma stavolta è comprensibile. Si rialzerà, ma solo metaforicamente.
Da allora, pochi alti e molti bassi. Ha avuto il discutibilissimo merito di integrare un fondamentale della pallavolo, il bagher, nel calcio, l’unica presa che conosce è quella dove collegare il rasoio usato per mantenere l’inusuale pettinatura, e persino le uscite sembrano diventate un optional. Come dimenticare, poi, le frequenti ricadute alla spalla contusa nell’occasione.
Se Achille aveva il tallone, Dida ha la spalla. Ad ognuno le sue croci. Quella più pesante grava però sulle spalle di Ancelotti, costretto a tirare avanti con il portiere che non para, la difesa che non difende, se non a sprazzi, un centrocampo dalla giocata facile mortificato dal cronico mal di gol dell’attacco, ed in linea generale un gruppo appagato ed imborghesito.
Com’è dura la vita del tecnico campione d’Europa...

mercoledì 3 ottobre 2007

Diavolo illuso, pt. II

Nel calcio come nella vita, tutto è relativo.
7 punti in 6 partite, frutto di 1 sola vittoria (esterna e roboante, all'esordio) e di ben 4 pareggi, con 8 gol fatti e 6 subite, possono pure rappresentare un buon bottino.

Non per il Milan, però, partito con ambizioni di vittoria, che ora si ritrova in vetta alla seconda metà, quella sbagliata insomma, della classifica.
Di questo passo, l'ingresso in zona Champions è in bilico. Accedere alla prossima edizione vincendo quella in corso è una carta alquanto rischiosa, la classica ultima spiaggia. Può succedere infatti di giocare una finale quasi perfetta, dove il migliore in campo è il portiere avversario nonostante i 3 gol incassati, salvo compromettere tutto in 6 minuti di inspiegabile blackout. Dice niente "Istanbul, 25-05-05"?
Un dato è particolarmente significativo: 0, sono i gol realizzati dalle punte rossonere in campionato. Kakà è stato, tanto per cambiare, l'uomo della provvidenza con ben 4 reti, il doppio rispetto a Seedorf, mentre a Siena c'è voluto addirittura Nesta per evitare una clamorosa sconfitta. A questo aggiungiamo la frittata giornaliera della difesa, ed ecco che si spiega la classifica deficitaria.
La nuvola di Fantozzi continua a perseguitare Gilardino, Inzaghi paga dazio nei confronti dell'ingiallita carta d'identità e va dunque preservato per le grandi sfide. I petali della margherita di Ancelotti sono solamente questi. Gennaio è ancora lontano, così come Pato, il connazionale Ronaldo è un mistero. Un assurdo infortunio, sottovalutato dallo staff di Milan Lab, lo tiene ai box da tempo immemore. Dovrebbe rientrare dopo la sosta, ma il condizionale è d'obbligo.
Lo schema ad albero di Natale, tanto osteggiato in passato da Berlusconi, non funziona in Italia. La manovra rossonera si appoggia sul centravanti, spalle alla porta, che gioca di sponda per gli inserimenti dei trequartisti (Kakà e Seedorf), abilissimi anche nel tiro da fuori. Poco sfruttate le fasce, nonostante la presenza di giocatore come Gilardino che andrebbe a nozze con i cross dal fondo. In due parole: gioco prevedibile.
Il proverbiale gioco all'italiana, fatto di catenaccio e ripartenze, chiude gli spazi agli avanti rossoneri, con il risultato che il centravanti è lasciato in balia dei randellatori, pardon, difensori avversari, e la manovra si sviluppa in orizzontale.
In Champions la storia cambia, si gioca a viso aperto e le praterie sono degne della pampas argentina. Kakà sentitamente ringrazia, tanto da laurearsi capocannoniere dell'edizione 2006/2007, mettendo una seria ipoteca sul prossimo Pallone d'Oro.
Per imporsi nell'ultima edizione, Ancelotti ha inserito Ambrosini in mezzo al campo, avanzando Seedorf accanto a Kakà e dietro l'unica punta. In Italia, invece, si sente l'assenza di una spalla per il centravanti.
L'addio di Shevchenko ha lasciato una voragine che il pacco Olivera non ha colmato nemmeno in parte.
L'ultimo mercato ha regalato, oltre ad un Pato ancora da scoprire, il solo Emerson, trasformatosi da puma a bradipo. Inadatto al 4-3-2-1 milanista, sprovvisto della corsa di Gattuso e dei piedi di Pirlo, è solo un boccone fatto ingerire ai tifosi in un'estate digiuna di novità. Il tempo dirà se il brasiliano con l'apparecchio è il giusto digestivo. Attenzione, però, a non caricarlo di eccessive responsabilità. E' pur sempre un fresco 18enne, non può essere la panacea di tutti i mali.
Evidentemente, i dirigenti di Corso Galileo Ferraris sono in buona compagnia in quanto ad errori di mercato. A Milano, però, la situazione è ancora più tesa, tra bossoli recapitati in sede e dirigenti sotto scorta, per motivi che esulano dai responsi del campo.
La spaccatura tra tifo organizzato e società è palese, mentre, se non altro, pare risanata la frattura con quei giocatori (Dida e Gilardino) che hanno deluso sino ad oggi. Per fortuna, aggiungo, perchè l'ultima cosa di cui si sente la necessità in Via Turati è l'ammutinamento di San Siro. Quello degli attaccanti basta e avanza.

martedì 2 ottobre 2007

Bettini come la Juve?

Hanno tentato di annientarlo, se lo sono ritrovato più incazzato e motivato che mai, campione del mondo per la seconda volta consecutiva, impresa riuscita solo a pochi.
Dalle stelle alle stalle e ritorno per Paolo Bettini, nonostante ombre infamanti gettategli addosso da chi "si interessa di ciclismo una volta l'anno" (parole sue).
Una persecuzione ingiustificata, brutta storia. Noi juventini ne sappiamo qualcosa.
Doloroso flashback: la Juventus vince il suo 29° scudetto, ma la gioia è effimera. Il 31 agosto arriva la sentenza definitiva: è Serie B. In aggiunta, 9 punti di penalizzazione (all'inizio erano 30, ridotti prima a 17, poi a 9 in Camera di Conciliazione). Niente TAR e/o TAS, alla faccia delle promesse. Dopo una stagione tormentata, il ritorno in A. Moggi, il male del calcio, è stato estirpato, ora il mondo del pallone è pulito. Dimenticavo, Babbo Natale esiste davvero.
C'è qualcosa in comune con la vicenda Bettini?
Riassunto delle puntate precedenti:
Bettini non firma il protocollo antidoping, che prevede il versamento di un anno di stipendio in caso di positività accertata; l'organizzazione dei Mondiali lo vuole fuori, fa richiesta all'UCI: respinta, l'italiano corre, e vince.
La risposta è, quindi, sì.
Innanzitutto, sia Bettini che la Juve, al momento dello 'scandalo', erano i più forti, almeno dal punto di vista prettamente sportivo.
Due obiettivi potenzialmente facili, però, a causa di una firma in meno (Bettini) e di qualche telefonata di troppo (Moggi, quindi Juve).
La sete di giustizialismo (sommario) era (nel caso del ciclismo, è) molto forte, e finisce per travolgere in molti. Già, non tutti. L'immunità di cui godono i corridori spagnoli e certe squadre nel calcio è sintomo inequivocabile di malaffari e della presenza di figli e figliastri.
Ecco spuntare qualche gola profonda pronta ad alimentare sospetti. Sinkewitz, ex compagno di squadra del corridore toscano, lo accusa di avergli procurato sostanze dopanti ai tempi di comune militanza tra Mapei e Quick-Step. Per quanto concerne la Juve, l'elenco è in continuo divenire.
Attenzione, però, perchè l'aspetto che distingue i due casi in maniera sostanziale riguarda il percorso. In parole povere, la squadra bianconera è tornata in A dopo aver pagato oltremisura per colpe non ben accertate, ed è stata l'unica; Bettini ha vinto la sua battaglia sin da subito, grazie all'appoggio dell'UCI, e ha vinto alla faccia degli organizzatori.
Il 'Grillo', insomma, a parte la sofferenza psicologica, tramutata poi in grinta, vero motore di questo straordinario atleta, ha potuto prendere il via. La Juve, no.
E' andata male invece a Danilo Di Luca, vincitore dell'ultimo Giro d'Italia e fermato alla vigilia del Mondiale con una tempistica quantomai sospetta. A pensar male, spesso ci si prende, ed il fatto che una vecchia storia (l'inchiesta "Oil for drugs" risale al 2004, e l'abruzzese è stato già assolto due volte) sia rispuntata proprio l'indomani della vittoria all'ultima corsa rosa fa riflettere, così come l'ennesima riemersione dell'affare prima di Stoccarda 2007. Ad aggiungere nubi alla vicenda, la sospensione limitata a domenica 30, giorno della corsa in linea. Da lunedì, difatti, Danilo è tornato regolarmente in gruppo; non è stato, insomma, squalificato.
Centro, qui il parallelismo con Farsopoli è ancor più chiaro. Niente A per la Juve niente Mondiali per Di Luca. Entrambi vittime di una giustizia che definire tale è inappropriato.
Con un augurio, tornare quelli di prima al più presto, per rispondere sul campo ai veleni, come sempre fatto, sino a prova contraria. Che non c'è.

lunedì 1 ottobre 2007

Fantasia al potere, Giovinco lancia l'Empoli

In attesa del derby serale, vinto per 0-1 con gol in extremis di Trezeguet, la prima avvisaglia di godimento per i tifosi bianconeri arriva da Empoli. Un destroo in bella coordinazione da fuori area di Sebastian Giovinco, stellina dell'Under 21 italiana, stende il Palermo. Di Vannucchi il definitivo 3-1. Un altro giovane, Pozzi, aveva risposto al vantaggio firmato Cavani. Basterà una rete, a coronamento di una prova importante, per convincere Cagni delle qualità del ragazzo, partito ancora una volta dalla panchina?
C'è chi si afferma, e chi si conferma, come il Milan, fermato clamorosamente dal Catania, addirittura in vantaggio con Martinez. Kakà su rigore (dubbio) fissa l'1-1, dopo un gol ingiustamente annullato ad Inzaghi. Gli errori arbitrali non bastano a giustificare una squadra in piena crisi, per lo meno di risultati.
"A volte ritornano". E' il caso di Cassano, al primo gol con la maglia della Samp. Stop di petto e destro che fredda l'incolpevole Coppola in uscita: non male come biglietto da visita, ma la strada è ancora lunga. Il più l'avevano fatto Bellucci e Sammarco, autori delle due reti che hanno indirizzato il match.
Nello stesso filone si colloca il ritorno al gol di Quagliarella, autore del momentaneo 1-1 in Udinese - Parma. Ospiti avanti con Corradi riscopertosi bomber, decisivo però un difensore, Zapata, oggetto del desiderio della Juventus.
In Sardegna va in scena l'inno alla noia, che premia il Cagliari, a segno con Foggia (quarto rigore trasformato dall'esterno tascabile).
Altrove non va meglio, vedi Reggio Calabria, dove i padroni di casa, ancora a secco di vittorie, fermano la Lazio. Il missile terra-aria di Kolarov è la miglior risposta al vantaggio di Cozza.
La panchina di Ficcadenti inizia a traballare.

Quella di Orsi è incandescente da tempo, e la sconfitta interna per 3-0 contro la Fiorentina versione turnover aggiunge nubi all'orizzonte. Decisivi Osvaldo (doppietta) e Santana.
Nell'altro anticipo, come detto, l'Inter sfrutta la superiorità numerica e annienta con un perentorio 1-4 la Roma di Spalletti.
Vince fuori anche il Genoa. Senza l'apporto del proprio pubblico, il Napoli è irriconoscibile e va sotto a causa dell'autorete di Cannavaro. Il rigore di Domizzi non basta, ci pensa Sculli a regalare la seconda vittoria consecutiva ai Gasperini boys.

Classifica:
Inter 14
JUVENTUS 13
Fiorentina 12
Roma 11
Napoli, Palermo, Udinese 10
Atalanta, Genoa 9
Sampdoria 8
Milan, Lazio, Cagliari 7
Parma, Catania 6
Empoli 5
Torino 4
Siena, Reggina 3
Livorno 2

Il settimo sigillo di Re David

Quando tutto sembra rendere ineluttabile il punteggio ad occhiali, serve la zampata del campione, l'unico in grado di stravolgere un monotono copione.
In pieno recupero, David Trezeguet concentra in una giocata tutte le sue peculiarità (senso del gol, coordinazione, capacità di leggere l'azione) ed infrange i sogni di gloria degli uomini di Novellino.
E' l'unico lampo di una partita a scacchi, che vede i dirimpettai annullarsi vicendevolmente e i portieri poco impegnati.
Lo schieramento del Torino, d'altronde, lascia poco spazio alla fantasia.
L'assenza di Rosina consiglia a Novellino di infoltire il centrocampo, schierando ben tre mediani, Grella a fianco di Corini, Zanetti e Barone ai lati. L'unica punta è Ventola, preferito a Bjelanovic, i sogni di gloria sono affidati al magico sinistro di Recoba, libero di svariare sulla trequarti.
Ranieri risponde accantonando il giovane Criscito, coccolato solo a parole, per Molinaro, con Chiellini centrale a fianco di Legrottaglie. L'assenza di Iaquinta convince il tecnico a tornare al 4-4-2, affidando la fascia destra al resuscitato Palladino. Rientrano sia Nedved che Del Piero, a fianco del gemello Trezeguet.
Proprio il bomber bianconero saggia subito i riflessi di Sereni, costringendolo in angolo.
E' solo un fuoco di paglia, le idee latitano, le azioni più interessanti scaturiscono da errori degli avversari.
Legrottaglie e Chiellini contengono bene un volitivo Ventola, e sono onnipresenti sulle palle alte, abituale tallone d'Achille della retroguardia. I due terzini spingono poco, nonostante l'opposizione di Barone e Paolo Zanetti, esterni improvvisati.
Chi, a sprazzi, regala spettacolo è Palladino. Ad inizio ripresa, con un tunnel a metà campo ai danni di Corini avvia l'azione e crea la superiorità numerica: finalmente una giocata non fine a se stessa ma utile alla collettività. Per non smentirsi, ben presto si affloscia dopo un buon primo tempo nel corso del quale ha fatto venire la labirintite al povero Lanna.
Dalla parte opposta, Nedved è ancora alla ricerca della forma migliore, ed esce sconfitto dal duello rustico con Comotto.
Del Piero, atteso al riscatto dopo un inizio di stagione incerto, appare ancora troppo imballato, facendosi rimontare da Dellafiore (avessi detto Cordoba...) ed incaponendosi in qualche dribbling di troppo. La prima frazione ci ha comunque restituito un Alex pressochè perfetto nei movimenti senza palla, con i quali porta via uomini a Trezeguet e favorisce gli inserimenti centrali degli esterni. Da manuale un'azione stroncata da un intervento di Comotto meritovole di cartellino "arancione".
Ventola aveva annunciato l'intenzione di avere un altro bambino in caso di gol nel derby. Il piccolo Kelian, nato dall'unione con la bellissima Kartika, resterà figlio unico, almeno per
un po'. Come prevedibile, l'unico ad accendere la luce è Recoba, che crea qualche grattacapo a Buffon, ma il suo sinistro si infrange su Buffon e non trova adeguata collaborazione nei compagni. Predicatore nel deserto.
Il pallone buono finisce sui piedi sbagliati, quelli di Nedved che spara in curva da posizione favorevole, dopo una buona imbeccata di Del Piero.
Come detto, poi, ci pensa Trezeguet. In pieno recupero, Almiron indirizza di testa in avanti, interviene Dellafiore che riesce solo ad allungare la traiettoria, sulla palla si avventa Trezeguet, collo destro imprendibile per Sereni, 0-1.
Il gol è regolare, così dice Collina, ma Cairo e Novellino non perdono occasione per dissentire e lamentarsi.
Sono 7, dopo 6 partite. Lo scorso anno ne segnò 'appena' 15 in tutta l'annata.
Questione di motivazioni, quelle che tengono la Juve aggrappata all'Inter nonostante l'ennesima prova non brillantissima.
Cosa chiedere di più? Una premura per gli imbecilli: la prossima volta, anzichè mettere a ferro e fuoco interi quartieri, statevene a casa.

LE PAGELLE:
Buffon 6 - Ordinaria amministrazione.
Grygera 6 - Tiene la posizione, sono rare le sortite offensive.
Legrottaglie 6.5 - Conferma di essere un altro rispetto al biondino spaurito della prima esperienza bianconera.
Chiellini 6.5 - Schierato al centro da Ranieri, di testa le prende tutte.
Molinaro 5.5 - Sarà l'emozione, ma è troppo timido.
Palladino 6 - Discontinuo. Dopo un buon primo tempo, si spegne, e nella ripresa viene giustamente sostituito dal Brazzo (Salihamdzic 6 - Non ha lo spunto del compagno, tiene bene la posizione).
Nocerino 6 - Grintoso, ma troppo confusionario.
Cristiano Zanetti 6.5 - E' il faro della squadra. L'ammonizione lo costringerà a saltare la trasferta di Firenze (Almiron 6 - Voto d'incoraggiamento. Se non altro, entra nell'azione del gol).
Nedved 5 - Non ci siamo. Perde il duello con Comotto, non incide.
Del Piero 6 - In ripresa, ancora un po' lento ma i movimenti senza palla sono quelli dei tempi migliori.
TREZEGUET 7 - Gol ad alto coefficiente di difficoltà. Vale un derby, vale la rabbia di Cairo e Novellino. Goduria.

Ranieri 6.5 - Lascia fuori Criscito e Tiago, dentro Molinaro e Palladino. I fatti gli danno ragione, il carattere della squadra è anche il suo.

Torino: Sereni 6, Comotto 6.5, Dellafiore 5.5, Natali 6 (Rubin 6.5), Lanna 5; Paolo Zanetti 5.5, Corini 6, Grella 6, Barone 6; Recoba 6.5; Ventola 6.

Arbitro, Rocchi 5.5 - Grazia Comotto e Nedved.
Assistenti, Nicoletti 6, Romagnoli 6.

domenica 30 settembre 2007

Il Grillo colpisce ancora

Di Luca? Colpito e affondato.
Bettini? Colpito e gasato.
UCI da una parte, comune di Stoccarda e comitato organizzatore dei Mondiali dall'altra. Si ripropone uno scenario già visto e che ha portato al fallimento del tanto bistrattato Pro Tour.
La federazione internazionale, presiduta da Pat McQuaid, riconosce la presunzione d'innocenza, gli organizzatori, per evitare il proliferare di scandali, preferiscono tenere alla larga chi ha come unica colpa l'essere indagato. Non condannato, intendiamoci, alla faccia del garantismo, cardine di un sistema giuridico democratico.
La tempistica della vicenda Di Luca è segno dei tempi difficile e della sete di giustizialismo imperante.
Con Bettini, campione uscente, gli è andata male.
Da Paolo era attesa l'unica risposta degna di un corridore di tale lignaggio, ed è arrivata, al termine di una prova corale praticamente perfetta.
Nemmeno la sfortuna, accanitasi contro il generosissimo Bruseghin costretto al ritiro per un incidente meccanico, ha fermato la marea azzurra.
Il 36enne Bertolini, fosse un calciatore, sarebbe il mediano settepolmoni, una sorta di Furino delle due ruote, che macina chilometri ma lascia le copertine ad atleti di classe. Come Rebellin, che si è lasciato alle spalle i disguidi con Ballerini e la possibilità di prendere la nazionalità argentina, e si mette al servizio del suo capitano movimentando la corsa con una fuga a 2 assieme a Kolobnev al penultimo passaggio. Persino Cunego si è ritrovato a fare il gregario nonostante l'importante pedigree, dando segnali tangibili di maturità.
Tutti uniti attorno al Grillo livornese, oggi più prudente del solito. L'esuberanza era una tassa troppo alta da pagare a fronte di una condizione non ottimale.
E' sull'Herdweg che si decide la corsa. Raggiunti i due fuggitivi Rebellin e Kolobnev, si sgancia un gruppetto formato da una quindicina di uomini. Dentro, oltre al corridore veneto, anche Bettini e Pozzato. Tagliato fuori Freire, grande favorito della vigilia, la Spagna si aggrappa a Sanchez, reduce da una Vuelta chiusa in crescendo e accreditato di una condizione strepitosa.
Non gli basta, però, per reggere all'ultimo forcing del campione uscente, che si avvantaggia, ai -10, assieme a Schumacher e Schleck. Rientrano pure il sorprendente Evans e l'inesauribile Kolobnev.
Sono questi 5 a giocarsi la vittoria. Parte lungo il russo, solo Bettini pare in grado di contrastarlo, lo supera con leggiadra maestria, e vince con una bicicletta di vantaggio.
Alla faccia di chi lo voleva seduto nel box azzurro assieme a Di Luca, protagonista mancato, dedicato all'indimenticato fratello Sauro, scomparso pochi giorni dopo il trionfo di Salisburgo.
Volevano affondare Paolo, ma lui ha imparato a nuotare in un mondo di squali. Fuor di metafora, l'ha messo in quel posto a tanta gente, in primis agli organizzatori.
Vedere la loro faccia al momento della vittoria dell'italiano non ha prezzo. Il gesto di Paolo sul traguardo, come a scoccare una freccia, era forse rivolto a loro, o magari a se stesso, come per dire, "ho fatto centro di nuovo".
Il linciaggio non ha avuto effetto, se non quello di caricarlo ulteriormente.
Mai visto un Bettini così maturo e accorto tatticamente. Merito anche di Ballerini, già pronto con l'ombrello per ripararsi dalle critiche in caso di flop, oltre che dei vari Ballan, Bertolini, Bruseghin, Cunego, Pozzato, Rebellin, Tonti e Tosatto. Questa vittoria è un po' anche loro, perchè da soli non si va lontano, e uno spicchio di merito va concesso pure alle riserve Nibali e Visconti, e all'escluso Di Luca.
Come Bugno, due volte consecutive campione del mondo.
L'anno prossimo, Pechino, teatro del possibile bis dopo lo splendido acuto di Atene 2004.
Gli avversari non mancheranno, ma Paolo, mix perfetto di classe e cuore, non teme nessuno.
Grazie ancora, perchè continui a far sognare chi, come me, crede ancora in questo sport.

sabato 29 settembre 2007

La lupa perde il pelo, ma non il vizio

E' come l'anno scorso. E' come l'anno prima.
Almeno in campionato, la Roma naufraga nello scontro diretto casalingo.
Dopo l'1-4 contro la Juve capelliana e lo stop per 0-1 al cospetto degli uomini di Mancini, sono ancora gli Onesti ad espugnare l'Olimpico, proprio per 1-4. In gol, come due anni fa in bianconero, Ibrahimovic, stavolta su calcio di rigore, che lo scorso anno aveva invece fallito. Corsi e ricorsi storici.
E pensare che gli Spalletti boys erano partiti benissimo, impegnando Julio Cesar in un doppio, prodigioso intervento, prima su bolide di Totti, poi su Mancini rapidissimo nell'avventarsi sulla respinta del brasiliano.
Sembra la solita Roma: gioca a memoria, fraseggi sullo stretto ed inserimenti puntuali, l'Inter è alle corde, prova in contropiede, ma il granitico Juan, degno sostituto di Chivu, chiude tutti gli spazi.
Al 28°, però, i giallorossi regalano due nuove perle. Dopo "er controfallo de' Cicigno", arrivano in successione "Er corner de' Totti" e "la parata de' Giulì", che si sostituisce a Doni murando in qualche modo il colpo di testa di Ibrahimovic. Espulsione sacrosanta, così come il rigore trasformato dallo stesso svedese.
La partita, da questo momento, non sarà più la stessa. L'inferiorità numerica tarpa le ali, è proprio il caso di dire, al ficcante gioco romanista.
Quando meno te l'aspetti, arriva, ad inizio ripresa, il pareggio giallorosso. E' Perrotta a spedire la sfera alle spalle di Julio Cesar, sfruttando l'errato disimpegno di Maxwell e lo spazio concessogli dalle belle statuine interiste.
Il pubblico sembra rinfrancato, Mancini approfitta del doppio infortunio di Dacourt ed Ibrahimovic per calare l'asso: due punte in campo, Crespo e Cruz.
Sembra incredibile, ma la mossa è azzeccata, così come la scelta di schierare dall'inizio il redivivo Cesar.
Passano quattro minuti dall'1-1, e Crespo mette dentro in bella coordinazione su respinta di Doni.
C'è gloria anche per il giardiniere Cruz, con una rasoiata a pelo d'erba che sorprende il brasiliano tutt'altro che incolpevole, e Cordoba di testa su cross al bacio dell'ottimo Figo.
La partita finisce qui, i restanti 25 minuti sono melina e voglia di correre sotto la doccia.
2 punti in 3 partite, il giocattolo si è rotto? No, semplicemente sono stati messi a nudo i limiti di una squadra bravissima nel gioco offensivo ma debole mentalmente (e soprattutto contro la Juve troppo sprecona).
Le mezze misure non sono di casa, e giustamente per martedì sera prevista goleada o disfatta epocale numero II. Ancora il Manchester, riaffiora l'incubo dei 7 Re di Roma (per i distratti: Carrick I, Smith, Rooney, Ronaldo I, Ronaldo II, Carrick II, Evra) e di qualsivoglia facile ironia basata su quel numero.
Le indicazioni ricavate dalla sfida contro l'Inter non sono incoraggianti, da Giuly che para meglio di Doni a Totti inconcludente, passando per Perrotta, l'unico pienamente convincente, infortunato.
Il capitano giallorosso, a precisa domanda, aveva dichiarato di preferire una vittoria contro il Manchester anzichè contro l'Inter. Quando si dice, mettere le mani avanti, o più semplicemente pararsi il...