Esorcizzato lo spettro del quarto posto, con annessi preliminari di Champions, l'attenzione del popolo juventino è ora monopolizzata dal nodo allenatore, imbrigliato dall'astorico - non accadeva da 40 anni - quanto annunciato esonero di Ranieri, datato 18 maggio. L'inqualificabile 2-2 interno con l'appagata Atalanta ha piegato l'endemico tafazzismo dei dirigenti bianconeri all'evidenza dei fatti: troppo alto il rischio, partorito dall'ultimo, miserrimo, bimestre, di veder sfumare, dopo la Coppa Italia, anche la zona Champions per trascinare a fine stagione un rapporto ormai logoro.
Guai, però, a spacciare la cacciata del brizzolato di Testaccio quale panacea di tutti i mali. Il pesce puzza sempre dalla testa, ed i corridoi di Corso Galfer sono pregni di improvvisazione e logorrea. Cervellotica la scelta di investire Blanc, scafato "commercialista" a digiuno di pallone, della carica di direttore generale, così come inopportune sono le sabbie mobili burocratiche che risucchiano i margini d'azione del giovane Secco, co-responsabile di un mercato senza capo nè coda. Se ragioni di portafoglio hanno viziato l'abbandono della via maestra verso il successo, costellata di capi firmati, le nebbie progettuali hanno condotto verso us(ur)ato sicuro - Andrade, Poulsen - costosi tarocchi - Almiron&Tiago - e campioni, pardon, gregari omaggio - Grygera, Salihamidzic. Le eccezioni Amauri e Sissoko confermano la regola di un progetto che non c'è, e se c'è non lo da a vedere.
Claudio Ranieri altro non è(ra) che la proiezione di cotanta vacuità: un uomo fatto transizione, profeta del "primo, non prenderle" nonchè cultore di un rassicurante/rinunciatario 4-4-2 maschera-vizi più che esalta-virtù, professato in assenza di ali di ruolo. Il sinistro filotto di ben 7 partite senza successi inanellato da aprile in poi ha progressivamente disintegrato le, poche, certezze di, e su, Tinkerman, fase difensiva in testa. Il fuorigioco alto? Un'arma a doppio taglio, affilata dal ko di Sissoko e affondata nel burro della difesa bianconera, spalmato e gustato dal primo Pellissier di passaggio. Poulsen? Encefalogramma calcisticamente piatto. Il gioco? Non pervenuto. Accusato di fondamentalismo tattico e difensivismo esasperato, ha "risposto" con ciechi eccessi d'audacia, denunciando preoccupanti lacune sia nello scegliere e disporre l'undici iniziale che nell'apporre correttivi, spesso tardivi, in corso d'opera. E come tacere dei scusatehopersoilconto infortuni, imputabili a sfiga e muscoli di seta, certo, ma non del tutto scindibili dalla preparazione impostata di concerto con Capanna. La celerissima rinascita post-Ranieri, d'altronde, fa riflettere: il grintoso entusiasmo di Ferrara avrà senz'altro contribuito a risvegliare i dormienti, ma, se è vero che due indizi - le polemiche a mezzo stampa con Trezeguet e la (presunta) lite con Camoranesi - fanno una prova, è lecito asserire che il feeling dell'ex mister con il gruppo, capeggiato dai senatori, era ormai azzerato.
A proposito di senatori, l'annata ci ha consegnato il paradosso di una Juve iper-incerottata - orfana, tra gli altri, di Buffon e Camoranesi, rimpiazzati dagli "onesti" Manninger e Marchionni - superiore, numeri alla mano, a quella'tipo' (o quasi, vedi la prolungata assenza di Momo Sissoko). Il portierone azzurro ha così smarrito l'aura di superuomo per assumere le umane sembianze del vulnerabile eroe tormentato in crisi d'identità, incarnando perfettamente il malessere del popolo juventino. Popolo che non perde occasione di assestare frecciatine agli obiettivi sensibili - società, (ex) allenatore o Poulsen che sia - mentre si mostra mediamente clemente, sin troppo, con i reduci dalla cadetteria. Piange il cuore - ma allevia la coscienza - a sottolineare l'indisponenza di Camo, il rendimento altalenante di Nedved e capitan Del Piero, e l'appannamento di Trezeguet. Urgono nuovi eroi, da affiancare/sostituire ai vecchi, per addolcire distacco e futuro.
Il primo è già in lista di sbarco: Diego Ribas da Cunha, brasiliano di Germania, costoso prodromo del ritorno al potere della fantasia, prevaricata nel post-Zidane da una fisicità tanto redditizia in patria quanto infruttuosa fuori. Fantasia che rima con trequartista, e tanti saluti al 4-4-2. Prima di perdersi nelle tradizionali elucubrazioni tattico-calciomercatistiche da ombrellone, sarà però utile attendere l'investitura del nuovo mister. L'effetto-Guardiola - requisiti: pedigree autoctono ed umili pretese economiche - sospinge le candidatura di Conte e Ferrara; più sfumate le candidature dei "forestieri" - tutti sotto contratto - via via associati alla Vecchia Signora: decaduti Gasperini e Prandelli, resistono a giorni alterni l'emergente Allegri, la new entry (Laurent) Blanc e l'onnipresente Spalletti, smaliziato timoniere dal credo tattico a misura di Diego, ma dallo stipendio a prova di (Jean Claude) Blanc. Gli ultimi exit poll danno favorito il leccese più amato da baresi e juventini, forte di un'impennata professionale seconda solo a quella del suo cuoio capelluto. Dopo l'aperitivo senese come secondo di De Canio e l'antipasto aretino, inopportunamente Spezia-to proprio dalla 'sua' Juve, il piatto forte - leggasi capolavoro - barese: tornite una robusta dose di offensivismo con un paio d'ali tutto pepe, spruzzatevi della sana sagacia tattica di stampo lippiano e otterrete una ricetta da Gambero Rosso. Desta perplessità, piuttosto, la traslabilità della stessa in terra sabauda, laddove le dispense offrono ingredienti difformi dal ricettario contiano, a partite dal già citato Diego. O forse è solo un fastidioso retaggio del ranierismo, come se un allenatore non potesse/sapesse/volesse prescindere dal modulo prediletto. Gioite, camaleonti solidi: i tempi bui - forse - son finiti.
domenica 31 maggio 2009
martedì 2 dicembre 2008
Mistero puffo
La minuzia fisica della formichina deatomizzata Giovinco sussurra miniaturizzazione dei pasti. Il talento lievita le porzioni. Ranieri le sgonfia dispensando solo briciole. Gli irriducibili Del Piero e Nedved cannibalizzano gli spazi. L'infermeria sold out 'mangia' turnover e camaleonte solido. Il sogno ribelle accarezzato dai tifosi zebrati stenta a farsi carne.
L'integralismo tattico di 'Tinkerman', abbarbicato ad un abbottonato 4-4-2, depenna gli ibridi dalla cerchia di eletti. Stante l'attuale stato di cose, l'anello di congiunzione tra progetto elettrizzante e prodotto finito è la disambiguazione tattica del puffo bianconero. Utopia, tesser le fila del proprio destino col fondoschiena inchiodato alla panchina. Sulla capa pelata del ragazzo s'affacciano timidamente i nembi britannici dell''altrove'. Il pingue rinnovo è uno sparuto raggio di luce che squarcia il cielo plumbeo e addolcisce l'attesa di un posto al sole.
Sebastian ha investito i pochi spiccioli di gloria in assist e giocate effervescenti, disseminati in fisiologici silenzi celentaniani, riscuotendo le polveri sottili dell'anticamera. Il blitz dell'elefante palermitano nella cristalleria bianconera datato 10 ottobre ha infranto le ambizioni del nostro. Un'undici cucito su misura. Rari arcobaleni giust'appena abbozzati, mortificati dal grigiore generale e dal rosso sventolato a Sissoko. Una maglia da titolare che scivola inesorabilmente su spalle più nobili e solide. Paga anarchia, peso piuma e scarsa predisposizione al rinculo.
La settimana bianca tra Pietroburgo e Torino preannunciava slalom speciali sul versante sinistro per il genietto bonsai, pettorale numero venti, in pista sin dall'avvio. E poi ti svegli tutto sudato, raggomitolato su un seggiolino a bordo campo, bagnato dalla neve e baciato dal vento. Tre quarti d'ora di toccata e fuga, raffazzonati in due uscite, a referto, guarniti dalla conquista del penalty che incesella Del Piero nella leggenda. Briciole divorate nella tormenta, quando i pattini soppiantano gli scarpini bullonati quale calzatura consigliata.
Fugando orgiastici arrovellamenti neuronali, Ranieri ha dipinto Giovinco come vice-Nedved. Lo stakanoviska ceco ha marcato visita, di recente, solo a Verona, tana del 'ghiro' Chievo. Al suo posto, De Ceglie. L'altalena prestazionale di Pavel non ne ha intaccato minimamente l'indiscussa titolarità, nemmeno in coincidenza di bassi che più bassi non si può. Sabato sera, la certificazione dell'intoccabilità, corroborata da una prova, a sprazzi, d'antan. Il risultato in ghiacciaia, e perciò in equilibrio termico col clima polare che avvolgeva Torino, caldeggiava la doccia anticipata. 'Privilegio' accordato a Marchisio, avvicendato dall'amico Seba e rilevato in mediana dall'ubiquo biondino bionico. Il sentiero è tracciato. Il peso specifico dei senatori a vita, tangibile. La fascia mancina, ceca.
La storia insegna, la sorte quale antidoto principe alle gerarchie. Correva l'anno 1994. Tale Del Piero Alessando, classe (immensa) '74, scalpita alle spalle dell'idolo-totem Roby Baggio. A fine novembre, il ginocchio destro del Divin Codino va in frantumi. Il resto è leggenda. La salute in acciaio inox 18/10 che assiste il capitano e il ceco costringe il giovane allievo a mettersi in coda, taccuino munito, per carpirne aneliti e segreti. Il saggio consiglia, santa pazienza quale antidoto principe alla tristezza a palate. Oh, se è arrivata la democrazia in Cina dopo tre lustri di gestazione, roba che nemmeno gli elefanti, vuol dire il tempo tutto può.
L'integralismo tattico di 'Tinkerman', abbarbicato ad un abbottonato 4-4-2, depenna gli ibridi dalla cerchia di eletti. Stante l'attuale stato di cose, l'anello di congiunzione tra progetto elettrizzante e prodotto finito è la disambiguazione tattica del puffo bianconero. Utopia, tesser le fila del proprio destino col fondoschiena inchiodato alla panchina. Sulla capa pelata del ragazzo s'affacciano timidamente i nembi britannici dell''altrove'. Il pingue rinnovo è uno sparuto raggio di luce che squarcia il cielo plumbeo e addolcisce l'attesa di un posto al sole.
Sebastian ha investito i pochi spiccioli di gloria in assist e giocate effervescenti, disseminati in fisiologici silenzi celentaniani, riscuotendo le polveri sottili dell'anticamera. Il blitz dell'elefante palermitano nella cristalleria bianconera datato 10 ottobre ha infranto le ambizioni del nostro. Un'undici cucito su misura. Rari arcobaleni giust'appena abbozzati, mortificati dal grigiore generale e dal rosso sventolato a Sissoko. Una maglia da titolare che scivola inesorabilmente su spalle più nobili e solide. Paga anarchia, peso piuma e scarsa predisposizione al rinculo.
La settimana bianca tra Pietroburgo e Torino preannunciava slalom speciali sul versante sinistro per il genietto bonsai, pettorale numero venti, in pista sin dall'avvio. E poi ti svegli tutto sudato, raggomitolato su un seggiolino a bordo campo, bagnato dalla neve e baciato dal vento. Tre quarti d'ora di toccata e fuga, raffazzonati in due uscite, a referto, guarniti dalla conquista del penalty che incesella Del Piero nella leggenda. Briciole divorate nella tormenta, quando i pattini soppiantano gli scarpini bullonati quale calzatura consigliata.
Fugando orgiastici arrovellamenti neuronali, Ranieri ha dipinto Giovinco come vice-Nedved. Lo stakanoviska ceco ha marcato visita, di recente, solo a Verona, tana del 'ghiro' Chievo. Al suo posto, De Ceglie. L'altalena prestazionale di Pavel non ne ha intaccato minimamente l'indiscussa titolarità, nemmeno in coincidenza di bassi che più bassi non si può. Sabato sera, la certificazione dell'intoccabilità, corroborata da una prova, a sprazzi, d'antan. Il risultato in ghiacciaia, e perciò in equilibrio termico col clima polare che avvolgeva Torino, caldeggiava la doccia anticipata. 'Privilegio' accordato a Marchisio, avvicendato dall'amico Seba e rilevato in mediana dall'ubiquo biondino bionico. Il sentiero è tracciato. Il peso specifico dei senatori a vita, tangibile. La fascia mancina, ceca.
La storia insegna, la sorte quale antidoto principe alle gerarchie. Correva l'anno 1994. Tale Del Piero Alessando, classe (immensa) '74, scalpita alle spalle dell'idolo-totem Roby Baggio. A fine novembre, il ginocchio destro del Divin Codino va in frantumi. Il resto è leggenda. La salute in acciaio inox 18/10 che assiste il capitano e il ceco costringe il giovane allievo a mettersi in coda, taccuino munito, per carpirne aneliti e segreti. Il saggio consiglia, santa pazienza quale antidoto principe alla tristezza a palate. Oh, se è arrivata la democrazia in Cina dopo tre lustri di gestazione, roba che nemmeno gli elefanti, vuol dire il tempo tutto può.
lunedì 24 novembre 2008
I milanesi ammazzano al sabato
"Torino, abbiamo un problema". Si conclude così, con un atterraggio da brividi in zona San Siro, Milano, il tour spaziale della sonda Juventus, decollata un mese e uno sputo fa alla volta dell'infinito. Il distacco dalla volta celeste è stato brusco. Riacclimatarsi alla gravità terrestre richiederà lacrime e sudore. Le polluzioni post-settebello di successi sono acqua passata. Astenersi apocalittici catastrofisti.
Passo primo, l'elaborazione del 'lutto'. Inopportuno declinare responsabilità a terzi in tenuta limone, piangere gli infermi, o le carambole altrui. Il risicato passivo mortifica gli sforzi nerazzurri ed inganna i passeggeri distratti. Ko tecnico(-tattico) alla seconda ripresa. Inappellabile.
Il monologo interista affonda le proprie, solide, radici in panchina. Il professor Mou scende dal piedistallo-cattedra e va a ripetizioni di calcio italiano. Torchiato sull'argomento, si dimostra ferratissimo sul capitolo Juventus. Incredibile ma vero, lo stesso non-pirla impermeabile ad Erasmus calcistici, l'arcivescovo del 4-3-3, modella il proprio credo tattico su vizi e virtù degli avversari. Materazzi restituito alla dignità professionale dopo il raccapricciante Europeo e al campo dopo il derby, centimetri e testosterone per inibire Amauri. Rombo a centrocampo, con i monolitici Cambiasso e Muntari e il tuttofare Zanetti a coprire le incursione del figliol prodigo, juventino mancato, Stankovic. Adriano strappato al dancefloor e accoppiato all'inamovibile Ibra. L'amata trivela deposta in panca. Balotelli e Mancini addirittura sbianchettati dalla distinta. Un propizio bagno d'umiltè per il brizzolato di Setubal, con sensibili echi di pragmatismo manciniano.
L'undici nerazzurro s'è fatto beffe della linea difensiva bianconera, 'alta' come il ranierismo impone, sfregiata dagli inserimenti senza palla dei mediani e scherzata dal lucido genio di Ibrahimovic, calamita-calamità per Legrottaglie, versione pecorella smarrita, e compagni, chirurgico nell'assist e stitico sotto porta, mai banale nei movimenti, sincronizzati con quelli del partner d'attacco, puntuale nel cercare la traccia esterna per eludere la guardia di un gladiatorio Chiellini. Il suo doppio strafalcione in zona gol prolunga l'agonia, al pari della penetrazione centrale del 5 serbo vanificata dall'imperfetto controllo dello stesso, poi rimontato da Molinaro e Re Giorgio. Un paio di sbandieramenti a cappella degli assistenti e un vantaggio inapplicato dal pur bravo Rizzoli, oltre a salvaguardare la 'verginità' della porta di Manninger, azzerano le rimostranze di sponda torinese sulla condotta della terna, nonostante un sospetto contatto tra Muntari e Marchionni nel primo tempo. Proprio il ghanese, piedi di ghisa e polmoni d'acciaio, al 73° infila di giustezza un'imbeccata (casuale?) di Ibra, sorprendendo l'esterefatto guardiano austriaco ed il presepe vivente bianconero, che lo abbandona solo soletto a centro area. Game over. L'incornata di Del Piero ai dieci dalla fine costringerà la lavenderia nerazzurra a sciacquare i guanti di Julio Cesar, non gli sceneggiatori a rivedere un copione monotono dal finale scontato.
Del fil-otto recente, la banda Mourinho è l'unica accreditata di uno spessore tecnico e tattico superiore a Madama e, puntuale come la sfiga, la sconfitta s'è fatta carne. Ohi ohi, la sfiga, compagna di viaggio fedele e bastarda. Citofonare Tiago Cardoso Mendes. Due minuti scarsi ed il Lazzaro portoghese inciampa, il ginocchio sinistro reclama cure, destino infame. Testimoni oculari giurano sia stato avvicendato da un giovine smunto e dimesso: si sospetta fosse la brutta copia di Marchisio. La vigorosa mediana avversaria, ad onor del vero, lasciava presagire una notte horror per il compassato lusitano, ma la (mala)sorte ha ucciso il beneficio del dubbio. Accerchiato dall'apatia, il prode Sissoko non si scompone e aspira modalità Vorwerk folletto palloni su palloni, salvo smarrirsi in impostazione. Un tocco di troppo, controlli 'elastici' e cucù, il pallone tra i piedi del maliano non c'è più. Il signor Cristiano Zanetti è pregato di cicatrizzare in fretta. Pur privo delle stimmate del fuoriclasse, è l'unico mediano bidimesionale a libro paga.
Lo sciopero degli 'assistenti di volo' Marchionni e Nedved (farlo rifiatare è reato?), nonchè il monopolio delle rotte aeree riservato al duo Materazzi - Samuel, blocca a terra l'air-one Amauri, costretto a librarsi a pelo d'erba, lontano anni luce dai sedici metri della pista d'atterraggio. Il collega Del Piero pare mediamente ispirato, ma, colpito anch'egli dalle contingenze, attende novanta minuti più recupero in rampa di lancio, placcato agli sgoccioli dal già citato volo di Cesar. La tardiva investitura di Camoranesi a commissario straordinario non sblocca lo stallo, ma concima le polemiche su Ranieri. Passi per l'undici iniziale, figlio legittimo della prudenza e schiavo del bollettino medico; i correttivi, intempestivi e poco audaci, si confermano il tallone d'Achille del condottiero romano. Il camaleonte solido? Una boutade estiva. Dal Vangelo secondo Ranieri, in riferimento all'amato 4-4-2: "non avrò altro modulo fuori che te".
Intendiamoci: scorrendo i petali della rosa nerazzurra, al netto delle ragioni del cuore non v'era dubbio alcuno sulla superiorità dell'Inter. Leggerlo tra le righe della sfida più sentita, però, fa male. A meno sei, poi, fa freschino, la coperta è corta e per sconfiggere i rigori dell'inverno non basteranno le punizioni di Pinturicchio.
Lo step numero due, il riscatto, passa da casa, ospite la rinata Reggina di Orlandi. La storia insegna, le piccole sono crocevia di scudetti. Oh, che parolone. Crederci è sottilmente presuntuoso. Mollare la presa è astorico. Navigare a vista è la cicatrice dei tempi. Memorandum: disinserire la modalità 'sborone' sfoggiata settimana scorsa, con dichiarazioni d'intenti molto poco sabaude. Lunga vita al low profile dialettico. A morte gli interismi-isterismi. E ripartire, pervasi dal sacro fuoco dell'umiltè. Paga, fidatevi. Vero, Mou?
Passo primo, l'elaborazione del 'lutto'. Inopportuno declinare responsabilità a terzi in tenuta limone, piangere gli infermi, o le carambole altrui. Il risicato passivo mortifica gli sforzi nerazzurri ed inganna i passeggeri distratti. Ko tecnico(-tattico) alla seconda ripresa. Inappellabile.
Il monologo interista affonda le proprie, solide, radici in panchina. Il professor Mou scende dal piedistallo-cattedra e va a ripetizioni di calcio italiano. Torchiato sull'argomento, si dimostra ferratissimo sul capitolo Juventus. Incredibile ma vero, lo stesso non-pirla impermeabile ad Erasmus calcistici, l'arcivescovo del 4-3-3, modella il proprio credo tattico su vizi e virtù degli avversari. Materazzi restituito alla dignità professionale dopo il raccapricciante Europeo e al campo dopo il derby, centimetri e testosterone per inibire Amauri. Rombo a centrocampo, con i monolitici Cambiasso e Muntari e il tuttofare Zanetti a coprire le incursione del figliol prodigo, juventino mancato, Stankovic. Adriano strappato al dancefloor e accoppiato all'inamovibile Ibra. L'amata trivela deposta in panca. Balotelli e Mancini addirittura sbianchettati dalla distinta. Un propizio bagno d'umiltè per il brizzolato di Setubal, con sensibili echi di pragmatismo manciniano.
L'undici nerazzurro s'è fatto beffe della linea difensiva bianconera, 'alta' come il ranierismo impone, sfregiata dagli inserimenti senza palla dei mediani e scherzata dal lucido genio di Ibrahimovic, calamita-calamità per Legrottaglie, versione pecorella smarrita, e compagni, chirurgico nell'assist e stitico sotto porta, mai banale nei movimenti, sincronizzati con quelli del partner d'attacco, puntuale nel cercare la traccia esterna per eludere la guardia di un gladiatorio Chiellini. Il suo doppio strafalcione in zona gol prolunga l'agonia, al pari della penetrazione centrale del 5 serbo vanificata dall'imperfetto controllo dello stesso, poi rimontato da Molinaro e Re Giorgio. Un paio di sbandieramenti a cappella degli assistenti e un vantaggio inapplicato dal pur bravo Rizzoli, oltre a salvaguardare la 'verginità' della porta di Manninger, azzerano le rimostranze di sponda torinese sulla condotta della terna, nonostante un sospetto contatto tra Muntari e Marchionni nel primo tempo. Proprio il ghanese, piedi di ghisa e polmoni d'acciaio, al 73° infila di giustezza un'imbeccata (casuale?) di Ibra, sorprendendo l'esterefatto guardiano austriaco ed il presepe vivente bianconero, che lo abbandona solo soletto a centro area. Game over. L'incornata di Del Piero ai dieci dalla fine costringerà la lavenderia nerazzurra a sciacquare i guanti di Julio Cesar, non gli sceneggiatori a rivedere un copione monotono dal finale scontato.
Del fil-otto recente, la banda Mourinho è l'unica accreditata di uno spessore tecnico e tattico superiore a Madama e, puntuale come la sfiga, la sconfitta s'è fatta carne. Ohi ohi, la sfiga, compagna di viaggio fedele e bastarda. Citofonare Tiago Cardoso Mendes. Due minuti scarsi ed il Lazzaro portoghese inciampa, il ginocchio sinistro reclama cure, destino infame. Testimoni oculari giurano sia stato avvicendato da un giovine smunto e dimesso: si sospetta fosse la brutta copia di Marchisio. La vigorosa mediana avversaria, ad onor del vero, lasciava presagire una notte horror per il compassato lusitano, ma la (mala)sorte ha ucciso il beneficio del dubbio. Accerchiato dall'apatia, il prode Sissoko non si scompone e aspira modalità Vorwerk folletto palloni su palloni, salvo smarrirsi in impostazione. Un tocco di troppo, controlli 'elastici' e cucù, il pallone tra i piedi del maliano non c'è più. Il signor Cristiano Zanetti è pregato di cicatrizzare in fretta. Pur privo delle stimmate del fuoriclasse, è l'unico mediano bidimesionale a libro paga.
Lo sciopero degli 'assistenti di volo' Marchionni e Nedved (farlo rifiatare è reato?), nonchè il monopolio delle rotte aeree riservato al duo Materazzi - Samuel, blocca a terra l'air-one Amauri, costretto a librarsi a pelo d'erba, lontano anni luce dai sedici metri della pista d'atterraggio. Il collega Del Piero pare mediamente ispirato, ma, colpito anch'egli dalle contingenze, attende novanta minuti più recupero in rampa di lancio, placcato agli sgoccioli dal già citato volo di Cesar. La tardiva investitura di Camoranesi a commissario straordinario non sblocca lo stallo, ma concima le polemiche su Ranieri. Passi per l'undici iniziale, figlio legittimo della prudenza e schiavo del bollettino medico; i correttivi, intempestivi e poco audaci, si confermano il tallone d'Achille del condottiero romano. Il camaleonte solido? Una boutade estiva. Dal Vangelo secondo Ranieri, in riferimento all'amato 4-4-2: "non avrò altro modulo fuori che te".
Intendiamoci: scorrendo i petali della rosa nerazzurra, al netto delle ragioni del cuore non v'era dubbio alcuno sulla superiorità dell'Inter. Leggerlo tra le righe della sfida più sentita, però, fa male. A meno sei, poi, fa freschino, la coperta è corta e per sconfiggere i rigori dell'inverno non basteranno le punizioni di Pinturicchio.
Lo step numero due, il riscatto, passa da casa, ospite la rinata Reggina di Orlandi. La storia insegna, le piccole sono crocevia di scudetti. Oh, che parolone. Crederci è sottilmente presuntuoso. Mollare la presa è astorico. Navigare a vista è la cicatrice dei tempi. Memorandum: disinserire la modalità 'sborone' sfoggiata settimana scorsa, con dichiarazioni d'intenti molto poco sabaude. Lunga vita al low profile dialettico. A morte gli interismi-isterismi. E ripartire, pervasi dal sacro fuoco dell'umiltè. Paga, fidatevi. Vero, Mou?
domenica 23 novembre 2008
La ricetta perfetta
Non c'è peggior sconfitta dell'impotenza. Rocco Siffredi? No, uno juventino lucidamente 'ncazzato.
L'Inter liquida la pratica Juve senza sudore versare, rosolando gli avversari a fuoco lento per settanta minuti abbondanti e lasciandoli bollire per i restanti venti. La ricetta dello chef Mourinho ha inebriato il volubile palato nerazzurro, viziato dai precotti manciniani, indigesti oltralpe ma trangugiabili in patria, complice il pasticcio di gobbi confezionato ad agosto 2006. Insaporite il tutto con il cigno di Malmoe, e la frittata è servita. Ai Ranieri boys è rimasta sul gozzo.
La spartana ricetta del cuoco pasticcione di Testaccio è resa ancor più insipida dalla rinuncia aprioristica al peperoncino Camoranesi e alla segregazione negli armadi nerazzurri Samuel e Materazzi di speziati condimenti quali Amauri e Del Piero. Nedved? Scaduto. Carta (d'identità) canta. L'ingrediente segre(ga)to, lo sfuggente camaleonte solido, è finito nella pentola sbagliata. Quella nerazzurra.
Dopo aver ripassato la ricetta avversaria, lo Special Uan ha riposto nella credenza la propria prediletta, quel 4-3-3 cucinato con successo in patria ed in Albione, pescando un gustoso rombo, così disposto in tavola: Cambiasso vertice basso, Stankovic trequartista, Zanetti e Muntari ai lati. Ripulito dalle lische, vedi il rinnegato GiovanniVerniaQuaresma, pronto per esser gustato. Tutti a tavola, responso inequivocabile. Portata pesantuccia, sgradita a Del Piero e soci. Urge, seduta stante, corso d'aggiornamento sull'arte culinaria per il cuoco Ranieri. Si faccia accompagnare da chi (gli) ha procurato gli ingredienti...
L'Inter liquida la pratica Juve senza sudore versare, rosolando gli avversari a fuoco lento per settanta minuti abbondanti e lasciandoli bollire per i restanti venti. La ricetta dello chef Mourinho ha inebriato il volubile palato nerazzurro, viziato dai precotti manciniani, indigesti oltralpe ma trangugiabili in patria, complice il pasticcio di gobbi confezionato ad agosto 2006. Insaporite il tutto con il cigno di Malmoe, e la frittata è servita. Ai Ranieri boys è rimasta sul gozzo.
La spartana ricetta del cuoco pasticcione di Testaccio è resa ancor più insipida dalla rinuncia aprioristica al peperoncino Camoranesi e alla segregazione negli armadi nerazzurri Samuel e Materazzi di speziati condimenti quali Amauri e Del Piero. Nedved? Scaduto. Carta (d'identità) canta. L'ingrediente segre(ga)to, lo sfuggente camaleonte solido, è finito nella pentola sbagliata. Quella nerazzurra.
Dopo aver ripassato la ricetta avversaria, lo Special Uan ha riposto nella credenza la propria prediletta, quel 4-3-3 cucinato con successo in patria ed in Albione, pescando un gustoso rombo, così disposto in tavola: Cambiasso vertice basso, Stankovic trequartista, Zanetti e Muntari ai lati. Ripulito dalle lische, vedi il rinnegato GiovanniVerniaQuaresma, pronto per esser gustato. Tutti a tavola, responso inequivocabile. Portata pesantuccia, sgradita a Del Piero e soci. Urge, seduta stante, corso d'aggiornamento sull'arte culinaria per il cuoco Ranieri. Si faccia accompagnare da chi (gli) ha procurato gli ingredienti...
giovedì 20 novembre 2008
Lo chiamavano tronista
Lo chiamavano tronista. Dal De Filippi 2008, dicasi tronista "bello senz'arte né parte, pettorali munito, fedele ed inde-fesso cultore di San Lele [Mora]". Chi biascica il calcistichese annusa il pericolo. E' il ritratto sputato della fighetta, la cirrosi epatica del tifoso medio. Tenere fuori dalla portata degli juventini. L'appello cade nel vuoto. Questo matrimonio s'ha da fare, con tanto di sfarzosa cerimonia-fiume. La luna di miele cheta le acque del dubbio, l'alba della convivenza le evapora. L'etichetta di tronista si scolla. La patina d'indifferenza-insofferenza si scrosta, a suon di capocciate.
Amauri viaggia in ascensore, destinazione Paradiso. Il marcatore scende un piano sotto. Il portiere piomba all'Inferno, incenerito da una chirurgica zuccata. Qualora gli avversari riescano a recidere il cordone ombelicale che lo lega ai compagni, subentra il 'fai-da-te-Ama', letale fiore all'occhiello della casa. Citofonare Di Loreto. Non declinerà il verbo segnare con la scioltezza del collega Trezeguet, ma sopperisce alle lacune grammaticali con un apprendimento agile e onnicomprensivo, nonché con una predisposizione naturale al gioco di squadra. Non avrà attecchito nel cuore di Dunga, stregato dalla professionalità svizzera di Adriano, ma il Destino ha steso la sceneggiatura perfetta, che, complice la sapiente regia di Lippi, regalerà al nostro eroe, burocrazia permettendo, il ruolo di principe azzurro nel classico immortale "Italia vs. Brasile", prossimamente di scena a Londra. Ora chiudete gli occhi. Immaginate Amauri leone di Wembley. Volgete fugacemente il pensiero all'attapiratissimo CT carioca. Sommessamente godrete.
I 'nazional-pur-isti' mugugneranno, al solo pensiero di ritinteggiar di tricolore un passaporto verdeoro, in assenza di consanguinei. Ce ne faremo una ragione. Fatto. In fondo, il Belpaese ha accolto e raffinato il diamante grezzo paulista, cresciuto a pane duro e polvere nella selettiva provincia calcistica nostrana. Il bozzolo, sballottato tra Padania e Regno delle Due Sicilie, ha infine liberato un'elegante, leggiadra ma coriacea, farfalla. Seguendone l'incessante svolazzare per il campo, c'è da chiedersi se un'equipe di biologi molecolari sabaudi sia riuscita ad isolare il gene dell'abnegazione nedvediana per poi clonarlo ed iniettarlo nelle vene dell'8 bianconero. No, non è ingegneria genetica. Solo, si fa per dire, dedizione e talento shakerati in un corpo da marine.
E pur lo chiamavano tronista! L'unico trono cui aspira è quello riservato al re dei bomber. Ha imboccato la via giusta, quella dei gol pesanti. Se il buongiorno si vede dal mattino, la notte s'annuncia gaudente e lussuriosa.
Amauri viaggia in ascensore, destinazione Paradiso. Il marcatore scende un piano sotto. Il portiere piomba all'Inferno, incenerito da una chirurgica zuccata. Qualora gli avversari riescano a recidere il cordone ombelicale che lo lega ai compagni, subentra il 'fai-da-te-Ama', letale fiore all'occhiello della casa. Citofonare Di Loreto. Non declinerà il verbo segnare con la scioltezza del collega Trezeguet, ma sopperisce alle lacune grammaticali con un apprendimento agile e onnicomprensivo, nonché con una predisposizione naturale al gioco di squadra. Non avrà attecchito nel cuore di Dunga, stregato dalla professionalità svizzera di Adriano, ma il Destino ha steso la sceneggiatura perfetta, che, complice la sapiente regia di Lippi, regalerà al nostro eroe, burocrazia permettendo, il ruolo di principe azzurro nel classico immortale "Italia vs. Brasile", prossimamente di scena a Londra. Ora chiudete gli occhi. Immaginate Amauri leone di Wembley. Volgete fugacemente il pensiero all'attapiratissimo CT carioca. Sommessamente godrete.
I 'nazional-pur-isti' mugugneranno, al solo pensiero di ritinteggiar di tricolore un passaporto verdeoro, in assenza di consanguinei. Ce ne faremo una ragione. Fatto. In fondo, il Belpaese ha accolto e raffinato il diamante grezzo paulista, cresciuto a pane duro e polvere nella selettiva provincia calcistica nostrana. Il bozzolo, sballottato tra Padania e Regno delle Due Sicilie, ha infine liberato un'elegante, leggiadra ma coriacea, farfalla. Seguendone l'incessante svolazzare per il campo, c'è da chiedersi se un'equipe di biologi molecolari sabaudi sia riuscita ad isolare il gene dell'abnegazione nedvediana per poi clonarlo ed iniettarlo nelle vene dell'8 bianconero. No, non è ingegneria genetica. Solo, si fa per dire, dedizione e talento shakerati in un corpo da marine.
E pur lo chiamavano tronista! L'unico trono cui aspira è quello riservato al re dei bomber. Ha imboccato la via giusta, quella dei gol pesanti. Se il buongiorno si vede dal mattino, la notte s'annuncia gaudente e lussuriosa.
lunedì 10 novembre 2008
I'm outta time
Non sarà "giovane, bello e abbronzato", ma è l'unico essere animato a poter vantare oggigiorno consensi più massicci di Barack Obama. Piede torrido, cervello fino, lingua simmonsiana. Alex Del Piero, e chi sennò? La presa del Bernabeu è compressa nel file 'StandingOvation.zip'. Centottantamila mani spellate dagli applausi, il pecoraro italiota medio prenda nota. Effetti collaterali: bulbi arrossati (ipersensibili a rubinetti spanati) tachicardia, pelle d'oca; travasi di bile per gli antidelpieristi ossessivo-compulsivi. Inchino ricambiato.
L'ispanico Casillas impallinato come un pivello, complice barriera dadaista. Doni e Sorrentino, meno accondiscendenti del pluridecorato collega eppur incapaci di sbaffare le pennellate chirurgiche del Pinturicchio, spazzano l'aria ma s'arrendono all'arte. Il fu Godot innaffia la cultura, coltiva speranze, concima record. La data di scadenza riportata sul retro della confezione è in costante procrastinamento, in barba alle trentaquattro-candeline-trentaquattro ancora fumanti. Il peso degli anni e non sentirlo. L'amore della gente e non tradirlo. Diecipiù.
Ha collezionato corone (di capocannoniere) e difeso il proprio trono dagli usurpatori. Domato cime tempestose e picchiate paurose. Nuotato nell'oceano di inchiostro sperso criticamente dalle penne più affilate. Debellato le virulente forme di virus 'C' (nell'ordine: Capello, calciopoli, cadetteria) che ne hanno attaccato-non-intaccato le difese immunitarie. Assorbito con dignità e orgoglio un biennio di precariato. Zittito a linguacce avvoltoi e coccodrilli. Adornato il tutto con una ciliegina made in Berlino, squarcio d'azzurro in un'estate a tinte fosche. Si piega ma non si spezza, si fa sentire ma non sbraita, parla ma non straparla. Ecche è, un santo? No, semplicemente Alex Del Piero. Fuori dal tempo, dentro la leggenda. Altro giro, altra corsa, altro inchino.
L'ispanico Casillas impallinato come un pivello, complice barriera dadaista. Doni e Sorrentino, meno accondiscendenti del pluridecorato collega eppur incapaci di sbaffare le pennellate chirurgiche del Pinturicchio, spazzano l'aria ma s'arrendono all'arte. Il fu Godot innaffia la cultura, coltiva speranze, concima record. La data di scadenza riportata sul retro della confezione è in costante procrastinamento, in barba alle trentaquattro-candeline-trentaquattro ancora fumanti. Il peso degli anni e non sentirlo. L'amore della gente e non tradirlo. Diecipiù.
Ha collezionato corone (di capocannoniere) e difeso il proprio trono dagli usurpatori. Domato cime tempestose e picchiate paurose. Nuotato nell'oceano di inchiostro sperso criticamente dalle penne più affilate. Debellato le virulente forme di virus 'C' (nell'ordine: Capello, calciopoli, cadetteria) che ne hanno attaccato-non-intaccato le difese immunitarie. Assorbito con dignità e orgoglio un biennio di precariato. Zittito a linguacce avvoltoi e coccodrilli. Adornato il tutto con una ciliegina made in Berlino, squarcio d'azzurro in un'estate a tinte fosche. Si piega ma non si spezza, si fa sentire ma non sbraita, parla ma non straparla. Ecche è, un santo? No, semplicemente Alex Del Piero. Fuori dal tempo, dentro la leggenda. Altro giro, altra corsa, altro inchino.
martedì 4 novembre 2008
La rivincita dei nerd
Imperativo categorico assoluto: piedi cementati al suolo. No voli pindarici, nessun panegirico, solo una constatazione amichevole dopo virulente litanie vomitate, spesso a ragione, contro i malcapitati. Non sia mai che un repentino rientro negli scomodi ranghi della mediocrità neghi loro i giusti onori. (segue strizzatina scaramantica ai gioielli di famiglia)
La vendetta è un piatto da consumare freddo. Tiago l’ha lasciato congelare, assieme ai bollenti spiriti infiammati giust’appena sbarcato a Torino. Una lavatrice senza filtro, portoghese di nascita e di spirito. Testa bassa, sguardo vitreo, movenze non pervenute, encefalogramma calcisticamente piatto. Nelle rare sortite in campo, era solito installarsi su di una zolla, con la quale allacciava un rapporto quasi morboso, rotto solo da sparuti rinculi e puntuali avvicendamenti. In estate ha investito (parte del)le residue riserve di grinta in una partigiana azione di resistenza ai disperati tentativi di “sbolognamento coatto” azzardati da Secco. L’ha sfangata, forte di un contratto pachidermico capace di debellare le, poche, pretendenti stoicamente sopravvissute alla sua personalissima Waterloo a tinte bianconere. Il fattore infortuni, che ha intaccato i muscoli dei colleghi e le gerarchie dell’allenatore, non lo ha sfiorato, forse per pietà; l’ecatombe di mediani gli ha addirittura consegnato le chiavi del centrocampo. Il lusitano, pur essendo portavoce di un calcio scolastico, non ha risentito dei tagli all’istruzione, e pare, anzi, aver finalmente assorbito gli insegnamenti del maestro unico Ranieri. Basta giocare a nascondino durante le esercitazioni, celandosi dietro la sottana, pardon, pantaloncini di Zanetti, o chi per lui. Il ministro Brunetta indica la retta via, stop ai ‘fannulloni’. La grinta si fa istinto di sopravvivenza, e Tiago si fa lavatrice, ripulisce palloni e la propria fedina bianconera, trasforma l’indifferenza/insofferenza del pubblico, ispessisce i propri standard prestazionali un tempo ‘alla carta velina’.
Ancor più radicale la trasmutazione emozionale collettiva sul vituperato Molinaro. I fischi che ne hanno scortato le gesta al, vero, battesimo europeo sono stati rigettati con il vigore di una sgroppata sulla sinistra, puntellata da una pennellata per la capoccia di Amauri. Non è il copione di un’utopia, ma la trascrizione di un’impresa, visti i mezzi a disposizione. E giù applausi. La fiera delle buone intenzioni ha trovato finalmente sbocco in parabole destinate a centro area e non più a centro curva, il corollario d’improperi ricacciato in gola ai diffidenti, le divergenze con la sfera di cuoio appena appena smussate. Come può uno scoglio arginare il mare (di critiche)? Semplice, non può, ma le acque si son chetate, lo tsunami settimanale è stato soppiantato dalla calma piatta. Se sia o meno l’occhio del ciclone, lo scopriremo solo sbirciando, mercoledì sera, il Bernabeu.
Già che ci siete, quella sera buttate un occhio sul raffazzonato binario di destra. Scorgerete, a meno di sorprese last minute, la sagoma minuta e sgusciante di Marco Marchionni da Monterotondo, piedi educati e muscoli di seta, l'infermeria come seconda casa. Una volta sfrattato, ha ripreso possesso della fascia, lasciata incustodita da Camoranesi, nuovo affittuario del lettino che fu del collega. [Doverosa riflessione: quando hai in rosa petali ammaccati, il mercato 'immobiliare' non conosce la parola crisi] Il caro benzina ha affossato il verde (Giovinco), troppo lussuoso per l'economia di squadra, rilanciando così il diesel romano, che ha grattugiato le resistenze del malcapitato pel di carota vichingo Riise e recapitato un delizioso bijoux alle spalle di Doni. La fiamma che incendiò Parma arde ancora. Con lei, la fiammella della speranza. Speranza che non si tratti di un semplice fuoco fatuo, buono solo per bruciare la pazienza dei tifosi, bensì l'epicentro di un incendio prossimo ad infiammare i cuori degli juventini. Ranieri versione pompiere permettendo.
La vendetta è un piatto da consumare freddo. Tiago l’ha lasciato congelare, assieme ai bollenti spiriti infiammati giust’appena sbarcato a Torino. Una lavatrice senza filtro, portoghese di nascita e di spirito. Testa bassa, sguardo vitreo, movenze non pervenute, encefalogramma calcisticamente piatto. Nelle rare sortite in campo, era solito installarsi su di una zolla, con la quale allacciava un rapporto quasi morboso, rotto solo da sparuti rinculi e puntuali avvicendamenti. In estate ha investito (parte del)le residue riserve di grinta in una partigiana azione di resistenza ai disperati tentativi di “sbolognamento coatto” azzardati da Secco. L’ha sfangata, forte di un contratto pachidermico capace di debellare le, poche, pretendenti stoicamente sopravvissute alla sua personalissima Waterloo a tinte bianconere. Il fattore infortuni, che ha intaccato i muscoli dei colleghi e le gerarchie dell’allenatore, non lo ha sfiorato, forse per pietà; l’ecatombe di mediani gli ha addirittura consegnato le chiavi del centrocampo. Il lusitano, pur essendo portavoce di un calcio scolastico, non ha risentito dei tagli all’istruzione, e pare, anzi, aver finalmente assorbito gli insegnamenti del maestro unico Ranieri. Basta giocare a nascondino durante le esercitazioni, celandosi dietro la sottana, pardon, pantaloncini di Zanetti, o chi per lui. Il ministro Brunetta indica la retta via, stop ai ‘fannulloni’. La grinta si fa istinto di sopravvivenza, e Tiago si fa lavatrice, ripulisce palloni e la propria fedina bianconera, trasforma l’indifferenza/insofferenza del pubblico, ispessisce i propri standard prestazionali un tempo ‘alla carta velina’.
Ancor più radicale la trasmutazione emozionale collettiva sul vituperato Molinaro. I fischi che ne hanno scortato le gesta al, vero, battesimo europeo sono stati rigettati con il vigore di una sgroppata sulla sinistra, puntellata da una pennellata per la capoccia di Amauri. Non è il copione di un’utopia, ma la trascrizione di un’impresa, visti i mezzi a disposizione. E giù applausi. La fiera delle buone intenzioni ha trovato finalmente sbocco in parabole destinate a centro area e non più a centro curva, il corollario d’improperi ricacciato in gola ai diffidenti, le divergenze con la sfera di cuoio appena appena smussate. Come può uno scoglio arginare il mare (di critiche)? Semplice, non può, ma le acque si son chetate, lo tsunami settimanale è stato soppiantato dalla calma piatta. Se sia o meno l’occhio del ciclone, lo scopriremo solo sbirciando, mercoledì sera, il Bernabeu.
Già che ci siete, quella sera buttate un occhio sul raffazzonato binario di destra. Scorgerete, a meno di sorprese last minute, la sagoma minuta e sgusciante di Marco Marchionni da Monterotondo, piedi educati e muscoli di seta, l'infermeria come seconda casa. Una volta sfrattato, ha ripreso possesso della fascia, lasciata incustodita da Camoranesi, nuovo affittuario del lettino che fu del collega. [Doverosa riflessione: quando hai in rosa petali ammaccati, il mercato 'immobiliare' non conosce la parola crisi] Il caro benzina ha affossato il verde (Giovinco), troppo lussuoso per l'economia di squadra, rilanciando così il diesel romano, che ha grattugiato le resistenze del malcapitato pel di carota vichingo Riise e recapitato un delizioso bijoux alle spalle di Doni. La fiamma che incendiò Parma arde ancora. Con lei, la fiammella della speranza. Speranza che non si tratti di un semplice fuoco fatuo, buono solo per bruciare la pazienza dei tifosi, bensì l'epicentro di un incendio prossimo ad infiammare i cuori degli juventini. Ranieri versione pompiere permettendo.
sabato 2 agosto 2008
La TIMpesta (quasi) perfetta
Che seccatura 'sto calcio estivo. Andrebbe assunto a piccole dose, onde evitare assuefazione e conseguente depressione o euforia, eppure, in barba alle avvertenze, finisce puntualmente per incarognire l'onnivoro di calcio, che depone secchiello e paletta preferendo costruire castelli in aria, popolati ora da novelli fenomeni, ora da infime entità, spesso facce della stessa medaglia.Il trofeo TIM, abituale antipasto tra nobildonne, non fa eccezione, e conferma la tendenza alla suggestione. Tutti pazzi per Fausto Rossi, talento certificato dal marchio di qualità Maicon, apparso ad onor del vero un caterpillar dal motore ingolfato causa lavori in corso. Nulla da eccepire sulle potenzialità dello sgusciante 17enne, ma da qui a farne un CR7 in provetta ce ne passa. E che dire dell'albino Ekdal, faccino da fotoromanzo, personalità da veterano e piedi educati, capace di estirpare, a tempo di record, i fantasmi di Xabi e Aquilani dall'orizzonte juventino. Per i due ragazzini si profila un'annata a bagnomaria tra prima squadra e Primavera, consentendo così loro di progredire al riparo da pressioni potenzialmente destabilizzanti. In attesa degli olimpionici De Ceglie, Giovinco e Marchisio, la meglio gioventù bianconera sprizza classe da tutti i pori.
Le buone novelle non si esauriscono però al teen spirit dei baby novizi. Marchionni, ad esempio. Dalla corsia destra del rettangolo verde a quelle d'ospedale e ritorno, dopo un biennio di latitanza. Ne piange la rinascita lo stordito Jankulovski. Durerà? Ai fisioterapisti l'ardua sentenza. Nel frattempo, muscoli di seta permettendo, ha piazzato, in vista del preliminare, un'ipoteca pesante sulla casella di ala sinistra lasciata incustodita dallo squalificato Nedved, tornato iradiddio per una sera di fronte al fischiatissimo ed arrancante Zambrotta.
Ancelotti avrà il suo bel daffare a registrare una retroguardia orfano di Nesta e retto, si fa per dire, dal mummifico Kaladze, giubilato in avvio da Trezeguet, rapace dall'umore ombroso e dal fiuto sempiterno. Se solo il killer instict fosse trasmissibile per osmosi, saremo a cavallo. Invece, il colpo di c...apo by Marchionni è vanificato dalla doppia saetta scagliata alle spalle di Buffon da Seedorf, al solito intollerante allo zebrato, con il beneplacito di un pacchetto arretrato allegro in occasione del bis nonchè ritratto sputato del panorama politico nazionale, ossia solido a destra e traballante sul versante opposto, presidiato dall'imballato Chiellini supportato sull'esterno dal volenteroso Molinaro. Il (fisio)logico rimescolamento delle carte avuto nel secondo minimatch ha rivelato la bontà delle, attuali, seconde linee difensive, guidate da un Legrottaglie capace di dissipare i dubbi sulla sua castità emersi dopo le incertezze nord europee. Il vituperatissimo Knezevic, strappato, dopo una vibrata singolar tenzone, nientepopodimenoche ai cugini granata, ha fatto la sua porca figura al cospetto di Adriano, purificato nel corpo e nella mente dalla cura paulista.
Morale della favola: meglio le presunte riserve dei titolari designati. Trend, questo, confermato in avanti, laddove il più in palla pare Iaquinta, habitué dei tabellini estivi e affatto rassegnato a far tappezzeria a chicchesia. Lo segue a ruota Amauri, collezionista suo malgrado di capocciate, messo ko al TIM da Vieira e irato dalla prudenza di Ranieri, 'colpevole' di averlo rimpiazzato con il poi decisivo Vincenzone. Detto dell''orso' Trezeguet uscito dal letargo, capitan Del Piero è tuttora impegnato a scrollarsi di dosso le scorie vacanziere, che inebetiscono le gambe ma risparmiano i piedi, capaci sempre e comunque di far sobbalzare la platea, pali permettendo. La gemma incastonatasi beffardamente su ambo i pali a Julio Cesar battuto resterà negli annali della competizione.
Nella sezione 'curiosità' rintracceremo senz'altro il riscaldamento di bojinoviana memoria dell'attesissimo Poulsen, figlio di un recente infortunio e padre del piccolo tour de force al quale è stato costretto la piovra arpiona-palloni Sissoko. L'esiguo minutaggio non consente di approfondire il giudizio sul biondino, che comunque aveva già provveduto a metter fiori nei cannoni puntatigli contro dalla critica più oltranzista con un assist al bacio per Iaquinta in quel di Dortmund. Chi urlava al 'bidone' è servito, il dietrofront emozionale è tangibile.
La galleria degli orrori pullula invece di sinistri replay del penalty di Tiago, impietosa fotografia del soggiorno sabaudo del portoghese: indolente, moscio, triste. Coerente sino in fondo. E dire che l'accoglienza, giusto un annetto fa, fu trionfale, salvo passare tempo pochi mesi da un Tozzi (Umberto, la cui hit 'Ti amo' fu riadattata per l'occasione) all'altro (Federigo, autore de 'Tre croci', titolo che sinistramente rievoca le geste dei fratelli di sventura Almiron, Andrade e, per l'appunto, Tiago). Oggi, citando un altro successone del cantautore torinese, coadiuvato dai colleghi Morandi e Ruggeri, "si può dare di più / perché e' dentro di noi / si può osare di più / senza essere eroi / come fare non so / non lo sai neanche tu / ma di certo si può /dare di più". Peccato solo sia troppo tardi.
lunedì 28 luglio 2008
E' solo Spagna
Ipotizzare, alle idi di luglio, un CSC in giallo a Parigi era quantomai legittimo, alla luce della scintillante classe di Andy Schleck, coadiuvato dal fratellone Frank e dallo stagionato Sastre. Appariva altresì pretestuoso immaginare quest'ultimo, al culmine di una vita da gregario, sfoggiare sugli Champs-Elysées il simbolo del primato. La cotta patita baby lussemburghese al battesimo pirenaico, unitamente alla sagacia tattica mostrata dallo stesso lungo i ventuno-tornanti-ventuno dell'Alpe d'Huez, hanno contribuito ad incoronare il 33enne di Madrid leader maximo della corsa, forte di una condizione spumeggiante che gli ha consentito di domare in solitaria la mitica ascesa alpina. L'ultima crono, conclusasi a Saint-Amand-Motrond, pareva però il beffardo epitaffio dei sogni di gloria coltivati dal grimpeur spagnolo, incalzato dallo specialista Evans. In barba alle previsioni, si è trasformata nella scenografia di un successo insperato, epilogo ideale d'una guerra di cervelli, muscoli e nervi che lo ha visto prevalere con pieno merito.Al termine di tre settimane avide di spettacolo 'pulito' (precisazione doverosa, come è doveroso rivedere gli sperticati elogi profusi dai più verso Riccò e i suoi compagni), ha vinto l'unico ardito, a corollario di un anno fin qui propizio ai sudditi di Juan Carlos, protagonisti ad ogni latitudine nei più disparati campi dello scibile sportivo. Il ciclismo, per l'appunto, non fa eccezione: sul fronte grandi giri, in attesa di giocare in casa, i due vessilli più preziosi sono finiti a Madrid (il rosa a casa Contador, già in giallo a Parigi dodici mesi fa); nelle classiche del nord hanno furoreggiato Oscarito Freire, vincitore a Wegelvem, e Alejandro Valverde, che ha piazzato il bis alla Liegi. Il primo esce dalla Grand Boucle col sorriso sulle labbra e la maglia verde addosso, il secondo ha dilapidato minuti a cronometro, al pari del maggiore degli Schleck, e pagato dazio sull'ascesa di Hautacam, dovendosi così accontentare di un mesto piazzamento nei 10. La prima scalata ha mietuto altre vittime illustri, da quell'Andy Schleck poi riciclatosi in formidabile apripista per le stoccate dei capitani al nostro Damiano Cunego, impresentabile, ahimè, a certi livelli. I passi in avanti nelle corse contro il tempo sono stati vanificati da continue difficoltà in salita, dovute forse ad un eccessivo potenzialmente muscolare teso a limare secondi nelle crono. Incoraggianti gli squarci nel buio della spedizione azzurra offerti dal coraggioso Nibali, giovane punta di diamante del movimento nostrano e prossimo, si spera, al definitivo salto di qualità, magari favorito dallo stimolante confronto con il baby ceco Kreuziger e dai consigli degli esperti Basso e Di Luca, in Liquigas dal 2009.
Le sorprese, in un senso come nell'altro, non sono certo mancate. Forse nemmeno i familiari di Bernard Kohl, maglia a pois e clamoroso bronzo finale, avrebbero scommesso sul piccolo spazzacamino viennese, specializzato in arrampicate ma autore di un'eroica difesa nella crono finale, vinta, al pari della precedente, da uno stratosferico Schumacher. Senza cadute ed ingenuità, il terzo gradino del podio se lo sarebbero giocato il russo Menchov, ingenua vittima di un classico 'ventaglio' nell'interlocutoria tappa di Nantes e caduto in discesa nella frazione di Prato Nevoso, e l'ex 'postino' di Armstrong Vandevelde, finito anch'egli a terra sulle Alpi. Nella top ten, da segnalare la presenza dei tignosissimi Samuel Sanchez (7°), Kirchen (8°) e Valjavec (10°).
Un capitolo a parte lo meriterebbe Cadel Evans, l'eterno piazzato, sinonimo di sconfitto, delle due ruote. Dopo aver preso la paga, per una questione di secondi, da Contador un annetto fa, stavolta è riuscito a rosicchiare mezzo minuto scarso ad uno scalatore puro come Sastre in 53 km pianeggianti, roba da esaurimento nervoso. La sua velatamente triste storia da controcopertina fa passare in secondo piano capitoli importanti, come i quattro scritti da Mark Cavendish, presente e futuro delle volate e avanguardia dell'emergente movimento inglese; oppure la rivincita di Chavanel, finalmente vincente dopo tanti tentativi a vuoto. La copertina, però, se la spartiscono Sastre e l'agenzia antidoping francese, capace di sgamare i furbetti 'armati' di eritropietina di nuova generazione. In corsa, di furbi, ce ne sono. E forse anche in ammiraglia. Semplice constatazione, sia chiaro, dettata, tra le altre, dall'Operation Puerto, che ha costretto a giusto stop i vari Basso, Scarponi, Ullrich e pochi altri, risparmiando il gotha del ciclismo spagnolo che, pare, fosse invischiato nell'affare. Non Sastre, magari nemmeno Contador, sfiorato dalle indagini preliminari ma ben presto uscitone senza macchia, ma quel 'Valv-piti' qualche sospettuccio lo addensa sul capo di Valv-erde. A mero titolo informativo, Piti è il nome del suo cane, esattamente come Birillo, nomignolo utilizzato per identificare il già citato Basso, è il quattrozampe dell'ex CSC.
A proposito di CSC: il team danese, diretto dal 'reo confesso del doping' Bjarne Riis, ha annichilito la concorrenza, grazie a gregari poderosi, su tutti Cancellara, Gustov e Voigt, ai quali si è poi aggiunto Schleck jr., al servizio dei capitani. A differenza del Giro, dal percorso più tortuoso ma storicamente ignorato da molti pesi massimi (quest'anno l'eccezione), in terra di Francia le difficoltà derivano dall'approccio assai più aggressivo impostato dalle squadre meglio attrezzate, capaci di inasprire il più anonimo dei cavalcavia. Al resto, stavolta, c'ha pensato Sastre, con la sua 'gamba' supportata da un'invidiabile calma olimpica. E da un pensiero, rivolto al cielo, rivolto al cognato Josè Maria Jimenez, eccezionale scalatore morto suicida nel 2001, divorato dalla depressione. Questo successo, il 6° in undici anni di professionismo, è tutto per lui.
domenica 27 luglio 2008
I (presunti) turbamenti del 'vecchio' David
Puntuale come le repliche de 'La signora in giallo', ogni estate rispunta sotto l'ombrellone il tormentone Trezeguet, croce dei tifosi, delizia dei giornalisti sportivi. La nuova onta da lavare sarebbe la concorrenza di Amauri, seria minaccia alla sua titolarità indiscussa. A spezzare l'idillio tra Madama ed il suo principe del gol può provvedere il solito Barcellona, suo spasimante incallito incapace però di prodursi in avances convincenti.I blaugrana, sbolognato Ronaldinho ed in attesa di fare altrettanto con Eto'o, sono alla spasmodica ricerca di un nuovo ariete. La Juventus, forte di un contratto in essere sino al 2011, chiede 25 milioni sull'unghia, ingolosita dall'ipotetico incasso ma al contempo dubbiosa sulla valenza tecnica dell'operazione. A far pendere la bilancia in direzione Catalogna provvederebbe il malcontento del ragazzo, non nuovo a propositi d'addio. Fresco è il ricordo della plateale sceneggiata adesca-consensi a mo' di congedo da cadetteria e squadra e, a corredo, le pepate dichiarazioni rilasciate nel post Juve - Spezia, roba di un annetto fa. Dalla frattura insanabile all'amore eterno il passo è breve, giusto il tempo per la società di ritoccare la proposta e per il campione di apporre la firma sul nuovo contratto e di snocciolare il clichè del perfetto innamorato.
Citando una celebre pellicola di Verdone, 'l'amore è eterno finchè dura', dunque mai dire mai. Nel dubbio, i media ci sguazzano, e fu così che la celata insofferenza divenne trattativa in corso. Difficile, però, che Laporta sganci i quattrini richiesti, cosicchè, salvo improbabili inserimenti last minute, il giustiziere azzurro ad Euro 2000 potrà rimpinguare sensibilmente il proprio bottino di gol all'ombra della Mole, Amauri e umore permettendo. I primi test probanti hanno difatti evidenziato una preoccupante, ma rimediabile, contiguità tra i due centravanti, inclini a battere le stesse piste alla ricerca del gol, trovato con una certa facilità dalle punte, teoricamente, di scorta. Essì, perchè pure Iaquinta è partito di slancio, depositando due bijoux alle spalle di Weidenfeller in quel di Dortmund.
La coppia d'oro è avvertita. Se Del Piero c'ha fatto il callo, tra concorrenti più (Ibrahimovic) o meno (Miccoli) accreditati, e delega le risposte del caso, storicamente positive, al campo, il bomber francese ha goduto a lungo dello status d'intoccabile grazie a peculiarità non rintracciabili nei compagni, eccetto in quell'Inzaghi che lo costrinse a mesi d'anticamera prima d'infortunarsi e cambiar casacca. Il mercato ha servito su un piatto d'argento la sfida più affascinante: saggiare la consistenza dell'ex idolo del Barbera, potenziale campione in irresistibile ascesa. Lungi dall'esser un classico finalizzatore, l'epigono di Ibra coniuga classe, potenza e killer instict, alla faccia di chi, scorrendo a ritroso i suoi numeri, lo etichetta come 'stitico' in zona gol, ignorando ad esempio i quindici sigilli dell'ultima annata in rosanero. La sua presenza non esclude quella del 17, ma la pone quantomai 'sub-judice', ed il giudice in questione è ovviamente Ranieri. D'altronde, fossilizzarsi su un tandem con questo popò d'attacco sarebbe delittuoso, con buona pace di chi in coppia ha scritto gloriose pagine di storia del club.
Il ventilato malumore di Re David, pur umanamente comprensibile, farebbe a pugni con il buon senso, che impone di digerire il turnover, dogma inattaccabile quando lotti su tre fronti, dividi il reparto con fior di calciatori e hai abituato il pubblico a pause 'celentaniane' (puntualmente spezzate dal ritorno al gol). Buttare un occhio fuori dal proprio orticello aiutarebbe a schiarire le idee: nessun club d'alto lignaggio è disposto a garantirgli una maglia da titolare accompagnata da un congruo ingaggio. Hai voluto la bicicletta? Ora pedala, di buona lena e in compagnia, altrimenti, bando al palmares, i novizi non perdonano.
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