lunedì 10 dicembre 2007

L'incredibile parabola di Legrottaglie, da pecorella smarrita a figliol prodigo

Secondo un vecchio adagio, "chi ben comincia è già a metà dell'opera". Ecco spiegato il traumatico rapporto 'Legrottaglie - Juventus, parte I°'.
Il suo look, in occasione della presentazione, è destinato ad entrare nella leggenda, come apologia del trash. T-shirt rossi, 'pinocchietti' a righe in tinta con la maglia, e, soprattutto, infradito, destinati a diventare un must. Forse, sin da quei tragicomici momenti, Moggi ha iniziato ad interrogarsi sulla bontà dell'affare. Il direttore, in giacca e cravatta d'ordinanza, come del resto Bettega e Giraudo, si è trovato di fronte un simil-tronista (deportato di peso da qualche spiaggia assolata?), abbronzatissimo e mechatissimo, roba da far invidia a Mexes.
Montero, suo compagno di reparto designato, lo soprannomina affettuosamente, ma anche no, 'el mesciato'; per i tifosi, sarà ora e sempre, nei secoli dei secoli, 'infradito'. Amen.
La pubalgia inizia a marcarlo stretto, meglio di quanto non faccia lui con gli avversari, Martins su tutti, capace di soffiargli il pallone da sotto il naso prima di infilare Buffon. Juve - Inter 1-3, un po' lo specchio di una stagione balorda. Sul banco degli imputati, finisce proprio Nicolino nostro. Capro espiatorio? Non proprio: ripensando a certe topiche da principiante, caprone, e basta. A far crescere esponenzialmente il rammarico, il pensiero che la Roma, battuta nella corsa al difensore, abbia 'ripiegato' su Christian Chivu. Dulcis in fundo, conquista l'ambito 'Bidone d'oro', succedendo al Rivaldo-bradipo rossonero. Uau.
Al momento di spiccare il volo, qualcosa è andato storto. E pensare che il buon Nicola, in carriera, aveva già conosciuto momenti difficili. Pugliese di Canosa, dopo la trafila nelle giovanili del Bari, armato di una valigia piena di sogni e infradito, inizia una lunga gavetta. Pistoiese, dove il compianto Catuzzi lo trasforma in centrale difensivo ('tacci sua), Prato, Chievo, Reggiana e Modena. Per una volta, si ritrova nel posto giusto al momento giusto. La sua fortuna coincide con quella del Chievo dei miracoli. Alla corte di Del Neri conquista prima la A, poi la maglia azzurra. Passato alla Juve per una cifra che fa male ricordare, nel giro di un anno perde tutto: nazionale, posto in squadra, fiducia in se stesso. Via Lippi, arriva Capello, che non fila di pezza. Logica conseguenza, il prestito al Bologna. Al momento del suo arrivo, i felsinei navigano in acque tranquille; il suo contributo rende possibile la retrocessione in B, al termine di un drammatico doppio derby-spareggio contro il Parma di Gilardino.
La società emiliana, manco a dirlo, lo rispedisce indietro. Capello non sa cosa farsene, e siccome gli amici si vedono nel momento del bisogno, il Siena se lo accaparra al termine di un'asta alla quale è l'unica partecipante. Disputa un campionato tutto sommato dignitoso, fallendo laddove era riuscito in Emilia. Il Siena si salva, ma, soprattutto, tale Tomas Guzman lo salva, indicandogli la via del Signore.
Detta così, la vicenda si presta a risate e sonori pernacchioni di scherno. In realtà, il paraguaiano, talento mancato ma predicatore in erba, fa parte degli 'Atleti di Cristo', movimento nato in Brasile, nelle cui fila troviamo, tra gli altri, il futuro pastore Kakà.
L'incontro con il Signore gli cambia la vita. Per vedere un nuovo Legrottaglie in campo, dovremo invece aspettare ancora un paio d'anni. Abbiate fede, fratelli.
A fine anno, torna, per rimanerci, in bianconero, quello di Torino. La realtà è radicalmente cambiata, oggi si chiama B; gli avversari non sono più Adriano e Totti, ma Serafini e Ricchiuti. Siccome nella vita ci vogliono dei punti fermi, il nostro eroe riparte da dove aveva lasciato, cioè dalla tribuna. E' l'ultima ruota del carro, insomma; per sua fortuna, il carro in questione è trainato da Boumsong e Kovac, visto che le disgrazie non vengono mai da sole.
Collezionerà solamente 10 presenze, per quel maledetto fattore S onnipresente ed inopportuno. Due sono i momenti particolarmente significativi nella sua stagione. Il primo, a Napoli; assente la coppia titolare, tocca all'inedito due Legrottaglie - Chiellini (dice nulla?) contrastare Calaiò & co.. Il nostro eroe disputa un match impeccabile, ma ad inizio ripresa, succede il patatrack. Un avversario tenta di sodomizzarlo in piena area di rigore, causando una lussazione alla spalla sinistra del difensore ritrovato. 3 mesi di stop, arrivederci a febbraio. E febbraio sia. Deschamps, notoriamente foriero di intuizioni geniali, pensa bene di rilanciarlo contro il Vicenza. Entra con la squadra in vantaggio per 0-2: finirà 2-2, e lui qualche responsabilità ce l'ha, pur attenuate, solo parzialmente, dalle attenuanti del caso.
La sua esperienza tra le fila della Vecchia Signora sembra destinata a finire in estate. L'ingaggio elevato frena i potenziali acquirenti italiani. Spunta il Besiktas, pare tutto fatto per 2.5 milioni di euro, a dimostrazione del disinteresse verso il calcio italiano in Turchia. Il vecchio saggio, sotto le spoglie di Giovanni Trapattoni, diceva: "non dire gatto se non ce l'hai nel sacco", e aveva ragione. L'affare sfuma, a causa, sembra, di una vecchia pendenza con l'ex tecnico Del Bosque. La Juve non ci sta, si parla di una denuncia alla società turca, tale è la voglia di liberarsi di Legrottaglie. Niente da fare, lo champagne può tornare al fresco, Nicola non si schioda. Lo stesso Nicola conferma di essere stato virtualmente un ex bianconero. Sliding doors.
Presentarsi ai nastri di partenza, consapevole di essere rimasto solo per una trattativa andata in malora, e dopo un anno in cadetteria come riserva di Boumsong, richiede fede e pazienza: no problem. Nel frattempo, si completa la trasformazione da brutto anatroccolo a cigno. Non più biondo, ormai moro, le meches sono un pallido ricordo. Addio ai bagordi notturni, è tutto casa e chiesa. Unica reminiscenza, gli infradito. Fantastica un'immagine risalente all'estate 2007, che ritrae il difensore (t-shirt, bermuda e, appunto, infradito) a colloquio con Secco (versione "Le Iene").
Il resto è storia recente. Andrade fa crack, Criscito fa flop, spazio a Nicola II da Bari. La sua nuova versione, tirata a lucido e guidata da Dio, è elegante nei disimpegni, puntuale negli interventi ed insuperabile di testa. In due parole, un muro. L'unica pecca, il rigore regalato alla Fiorentina proprio in extremis per un ingenuo fallo di mano.
Ricucito lo strappo con la curva, ora punta a conquistare Donadoni in ottica Euro 2008. Di questo passo, l'obiettivo è alla portata. Il rinnovo contrattuale sino al 2010, quando avrà 34 anni, unitamente ad una crescita costante, allontana gli spettri di Ivanovic, Lugano e così via.
Oggi, sul sito del suo fans club, sotto al banner della Juventus, campeggia quello degli 'Atleti di Cristo', e non è certo un caso. Esaurito il feeling con la sfortuna, rafforzato quello con Dio, scurdammoce 'o passato.
Significativo come vedere l'effige della 'Tenuta Legrottaglie', la sua azienda vinicola, non susciti più commenti taglienti o ilarità.
Nell'universo calcistico, il difensore pugliese è una mosca bianca. Ce ne fossero di redenti come lui, ne guadagneremo tutti.
Avanti così, Nicola. Che la forza sia con te. Citazione biblica? No, Star Wars.

Pozzi show, viola flop

Il 15.mo turno di serie A ha congelato le posizioni d’avanguardia della classifica.
L’Inter travolge il malcapitato Torino con un perentorio 4-0, chiudendo virtualmente il discorso campionato. Un dubbio rigore, concesso per fallo di Comotto su Ibrahimovic e trasformato da quest’ultimo, spiana la strada ai nerazzurri, che nella ripresa dilagano con il solito Cruz, Jimenez, gran gol il suo, e Cordoba.
La Roma non tiene il passo, impattando sul campo di un Livorno rigenerato dalla cura Camolese. Avanti con una zuccata di De Rossi su azione d’angolo, il pareggio è firmato Tristan, che dopo aver ridicolizzato Ferrari con una serpentina lascia partire un diagonale imparabile per Doni. Discutibili alcune decisioni arbitrali.
La Juve riesce in extremis ad acciuffare i tre punti, grazie alla prodezza del ritrovato Nedved. Ottimo l’impatto sulla partita di Del Piero, che si rilancia come possibile titolare.
Dietro, la sorprendente Udinese supera anche la Sampdoria di Mazzarri, alla quale non basta un Cassano in gran spolvero, a fronte della doppietta di Quagliarella. Il vantaggio di Di Natale è ribaltato dall’uno-due firmato Bellucci (rigore, procurato proprio dal barese) e Maggio. Nella ripresa, ci pensa l’ex di turno ad infilare due volte Castellazzi, prima sfruttando un cross del neoentrato Floro Flores, poi con un bolide rasoterra da fuori area.
Perde terreno la Fiorentina, sconfitta dal Palermo per 2-0 al Renzo Barbera. Il ‘no look’ di Amauri mette in rampa di lancio Miccoli, il cui pallonetto batte l’ottimo Frey. L’assolo di Simplicio a dieci minuti dal termine chiude la partita, tenuta aperta solo dalle prodezze del portiere francese. Per i viola, appena un punto nelle ultime 4 partite, è crisi.
Nell’altro anticipo, la Lazio risorge e batte il Catania con punteggio all’inglese. Rocchi in apertura e Pandev in chiusura regalano ossigeno ad una classifica che iniziava a farsi preoccupante. Ora i biancocelesti sono a quota 17, appena sotto gli etnei, e sono chiamati ad una settimana delicatissima: martedì il Real in Champions, dove servirà l’impresa per passare il turno, sabato la Juve di scena a Roma.
Il posticipo se lo aggiudica invece il Napoli, grazie ad una prodezza di Zalayeta ben imbeccato da Bogliacino. Continua, però, a comparire un fastidioso raggio laser che disturba regolarmente i giocatori ospiti. Curiosamente, accade solo a Napoli...
La sorpresa di giornata arriva da Genova. Gli uomini di Gasperini rimediano una sonora scoppola dal Siena, trascinato dalla doppietta di Frick inframezzata dalla zampata di Loria. Il gol della bandiera lo sigla al 90° Figueroa, che torna a gonfiare la rete dopo l’odissea susseguente l’infortunio al crociato.
Il protagonista di giornata è senza dubbio Nicola Pozzi, soprannominato ‘baby Pozzi’ da tempo immemore e ormai maturato nella palestra toscana. E’ il primo giocatore dell’Empoli a firmare un poker in A, e la sua quaterna fa diventare prova il sospetto già dilagante dopo gli exploit di Borriello: gli unici attaccanti del Milan in gol con continuità non vestono rossonero. Vittima di turno il Cagliari, ultimo assieme alla Reggina, ma con una partita in più. Decisivi i due assist di Giovinco e quello di Marchisio, al termine di una pregevole azione personale. Piccoli bianconeri crescono.

Classifica:
Inter 37
Roma 32
JUVENTUS 29
Udinese 28
Fiorentina 24
Atalanta*, Napoli, Palermo 21
Sampdoria 20
Milan**, Catania 18
Lazio 17
Torino, Parma, Genoa 15
Livorno 14
Siena, Empoli 13
Reggina*, Cagliari 10

* = 1 partita in meno; ** = 2 partite in meno.

Superman returns

L'ultima zampata d(ell)a Furia Ceca risale al 26 maggio 2007. Vittima di turno, il Mantova di Di Carlo: altra categoria, altri tempi.
Già, il tempo. Sembrava averlo piegato, perchè gli anni passano anche per tutti, fa niente se ti chiami Pavel Nedved e hai la fama, pienamente giustificata, di irriducibile guerriero. Nemmeno un anno all'Inferno è riuscito a scalfirla, finendo al contrario per rinvigorirne lo spirito dopo un paio d'anni così così sotto la guida di Capello. A tarpargli le ali ci si è messa una preparazione troppo leggera per un duro del suo calibro; curioso, se si pensa che qualcuno (Tiago) l'ha addirittura sofferta. La tanto attesa impennata di rendimento è coincisa con l'intensificarsi dei carichi di lavoro in comune accordo con il preparatore Campana. Mancava la ciliegina, arrivata al termine di un match ormai avviato sui binari di un noioso ed inutile 0-0. Non c'è che dire, il modo migliore per festeggiare il gettone n.° 300 collezionato nella massima serie.
Non è l'unico vecchietto ad aver lasciato il segno. Alex Del Piero entra ad inizio ripresa in sostituzione del deludente Iaquinta, rimasto impigliato nella ragnatela predisposta da Del Neri. L'inizio è scoraggiante, al primo pallone cincischia e se lo fa soffiare come un pivello. Pazienza, la voglia di fare è tale da giustificare qualche eccesso di egoismo, soprattutto di fronte alle successive giocate sopraffine. Spalle alla porta, esterno, et voilà, Pellegrino è costretto ad abbatterlo. L'intesa con Trezeguet non conosce cedimenti, e tra un morbido pallonetto diretto a David ed una punizione dalla sua mattonella intercettato da Coppola, si capisce come la grigia prova di Empoli, per lui, sia solo una parentesi infelice, già chiusa e metabolizzata. A modo suo, con il mestiere, entra pure nell'azione decisiva, spostando quanto basta Carrozzieri, il cui colpo di testa sbilenco finisce tra i piedi sbagliati, quelli di Nedved, il cui destro a pelo d'erba non lascia scampo a Coppola.
Nonostante il risultato, tanto di cappello all'Atalanta. Ben messa in campo, sfrutta il moto perpetuo di Guarente in mezzo al campo e soprattutto la vivacità di Floccari in avanti per creare qualche grattacapo alla banda Ranieri. Missione compiutà, a metà, visto che, laddove non arriva la coppia Legrottaglie - Chiellini, ci pensa il solito Buffon. Menzione d'onore per Molinaro, i cui cross ricordano sempre meno gli improbabili traversoni dalla trequarti di birindelliana memoria. Ha detto di ispirarsi a Zambrotta: le sgroppate lasciano ben sperare, nonostante una tecnica piuttosto elementare. Dalla parte opposta, merita una tiratina d'orecchie Zebina, una bomba sempre sul punto di esplodere. Basta una piccola scintilla, magari causata da un errato controllo, per scatenarne l'ira funesta. Pallone calciato lontano, ammonizione stupida, ma decisione sacrosanta del giovane fischietto Orsato. Saucisson.
Dopo aver tessuto le lodi di Zanetti, stavolta anche Nocerino strappa applausi. Oltre alla solita routine, fatta di pressing martellante e palloni recuperati, si permette il lusso di fare la barba al palo alla destra di Coppola (13°). Notevole il recupero su Floccari, nell'occasione sfuggito a Legrottaglie con un'abile finta. L'azione in questione conferma come il posto del lento e compassato Tiago sia la panchina, dalla quale si alzerà solo ad un paio di minuti alla fine, giusto in tempo per regalare la standing ovation al match winner Nedved.
La palma di migliore in campo la meriterebbe Ranieri, anche solo per la scelta di concedere al portoghese appena un paio di giri d'orologio per... mettersi in mostra. Chiamasi lezione, impartita all'allievo svogliato visto giovedì ad Empoli, come per dargli un ulteriore input in modo da consentirne il risveglio. Non stiamo parlando di un ragazzino inesperte, da crescere, proteggere e un po' coccolare, ma di un presunto campione-o-giù-di-lì. Se non ha il carattere per uscire da questa situazione, vuol dire che non è da Juve, accompagnatelo alla porta. Qua la mano, mister.
Per il ruolo di peggiore, è una bella lotta tra Palladino e Marchionni, quest'ultimo entrato ad inizio ripresa in sostituzione del primo. Nel primo tempo, dalla destra partono solo cross sbilenchi, il primo dei quali causa pure qualche grattacapo all'estremo difensore orobico. Il cambio non sortisce gli effetti sperati, per la tendenza dell'ex parmigiano ad accentrarsi, andando ad intasare gli spazi sulla trequarti e di fatto autoescludendosi dalla manovra. Bocciati? No, facciamo rimandati.
Detto di Iaquinta, chi non ha bisogno di esami è Trezeguet, pericoloso quando innescato dai cross dei compagni. Molinaro riesce a trovare il varco e la misura giuste in un paio d'occasione, la più ghiotta al 62°, ma la girata del francese finisce fuori di poco. Il binario di destra è comunque quello privilegiato, per la scarsa consistenza di Capelli prima e Belleri poi, poco supportati da Ferreira Pinto. In mezzo, i giganti Carrozzieri e Pellegrino alzano le barricate, contenendo bene gli avanti bianconeri. Almeno nel primo tempo, perchè con Del Piero la storia cambia. D'altronde, come disse tempo fa Ranieri, è o non è "il calcio"?

LE PAGELLE:
Buffon 6.5 - Non è certo un tiro al bersaglio quello dell'Atalanta, ma Gigi si fa sempre trovare pronto, soprattutto sul tiro al quarto d'ora di Floccari.
Zebina 5.5 - Padoin è un tipetto mica facile da contenere, e se a questo aggiungiamo un certo nervosismo (si veda l'ammonizione), insufficienza è fatta.
Legrottaglie 6.5 - Una sola sbavatura, su Floccari, ma Nocerino rimedia. Per il resto, pulito ed elegante. E' tornato quello dei tempi d'oro.
Chiellini 6.5 - Pur non avendo un uomo al quale francobollarsi, tiene alta la concentrazione. Dalle sue parti non si passa.
Molinaro 7 - Sorprendente per la costanza nel proporsi e soprattutto nella precisione dei traversoni. Chiellini può starsene tranquillo nel cuore della difesa.
Palladino 4.5 - Tutto fumo, niente arrosto. Non azzecca un cross manco per sbaglio (Marchionni 5 - Vorrebbe spaccare il mondo, ma tende spesso ad accentrarsi, finendo per isolarsi dalla manovra. Da rivedere).
Nocerino 6.5 - Factotum. Cuce, pressa, tampona, chiude tutte le falle e si concede il lusso di un diagonale che per poco non gonfia la rete. Bella risposta a chi continua, chissà perchè, a reclamare spazio per Tiago.
Zanetti 6.5 - Che dire, il solito. Quest'anno gli infortuni lo stanno lasciando in pace, e si vede.
NEDVED 7 - Basterebbe il gol. In effetti, pur svariando per il campo, per il resto la sua non è una prestazione memorabile, ma ci si 'accontenta' volentieri. Meritatissima la standing ovation al momento dell'uscita dal campo (Tiago ng).
Iaquinta 5.5 - Come a San Siro, delude. Gli avversari lo ingabbiano, in area di rigore è spesso anticipato. Viene giustamente avvicendato con Del Piero (Del Piero 7 - Entra e perde palla. Qualcuno avrà mugugnato, amen, perchè cresce alla distanza, entrando in ogni azione offensiva e mettendo costantemente in apprensione la difesa atalantina. Decisivo).
Trezeguet 6 - Carrozzieri e Pellegrino sono due armadi; lui, pur non riuscendo a sfruttare le poche occasioni concesse dai due mastini, tiene sempre impegnato il proprio marcatore.

Ranieri 7 - Coraggioso nell'effettuare ben due cambi nell'intervallo, la scelta di Del Piero si rivela vincente. Ottima la gestione di Tiago.

Atalanta: Coppola 6, Capelli 5 (Belleri 5), Carrozzieri 6.5, Pellegrino 6, Bellini 6; Ferreira Pinto 5.5, De Ascentis 5.5, Guarente 6.5 (Tissone ng), Padoin 6 (Langella 5); Doni 5.5; Floccari 6.5.

Arbitro, Orsato 6.5 - Buona gestione del match. Se il buon giorno si vede dal mattino, e Collina non lo rovina, ecco un bravo arbitro.
Assistenti, Faverani 6, Stefani 6.

Nel cuore di un'eclissi tu risplenderai

Qualcosa non torna.
Segue breve ricostruzione della lucida follia e delle sue conseguenze. Almiron passa dall’Empoli alla Juventus, percorso inverso, tra gli altri, per Giovinco (l’uomo dell’ultimo passaggio) e Marchisio (qualità e quantità garantite). I due faticano ad entrare nelle grazie di Cagni, dividendosi tra campo e panchina. Peggio va all’argentino, passato a tempo di record dalle stelle alle stalle. La Juve patisce la scarsa qualità in mezzo al campo, soprattutto perché manca l’uomo dell’ultimo passaggio. A voi le conclusioni.
Ridiamo per non piangere, per lo meno uno smile, suvvia. Il picco massimo in Coppa Italia: Almiron cornuto e mazziato (espulso), Marchisio oscuro ma preziosissimo, Giovinco fa scattare l’allarme rosso ad ogni accelerazione. Fuga di 40 metri, scarico su Antonini bravo a calibrare per il testone di Pozzi, 1-0.
La perla del fantasista mignon aiuta a digerire la sconfitta, o forse la rende ancor più amara. Tangibile il suo contributo nel rendere più ariosa la manovra solitamente asfittica dei toscani. Giovinco + Vannucchi, si può, soprattutto se a far legna ci pensa, anche, Marchisio, uno dal quale è lecito attendersi la giocata giusta in fase offensiva, tale è l’abilità di combinare le due fasi. Più completo e tecnico di Nocerino, che una volta recuperato un pallone non sa che farsene, più dinamico di Zanetti, più tutto della brutta copia di Almiron e Tiago.
Nel bel mezzo dell’eclissi bianconera, due stelle splendono. Nella squadra sbagliata, ma splendono.
Paradosso: Cagni preferiva loro i vari Giacomazzi, Marianini, Antonini e Pozzi. L’esonero, vista poi la classifica, vien da sé. La prima di Malesani ha segnato da un lato una frattura con il passato, per l’abbandono dell’ormai storica difesa a 4 a favore dell’inedita linea a 3. Se dopo nemmeno una settimana di lavoro il tecnico decide di mettere da parte dogmi tattici radicati da un decennio, più che di coraggio è lecito parlare d’incoscienza. Per la cronaca: Empoli sconfitto, attacco anemico, Marchisio in panca per l’intero match, Giovinco dentro a partita in corso. Nel segno della continuità.
A proposito di paradossi, può/possono una/due riserva/e dell’Empoli tornare utili alla causa Juve? Detta così suona male, meglio: può/possono uno/due talenti ora parcheggiati in provincia tornare utili alla causa Juve? Al giorno d’oggi, sì. Mancini in un paio di mesi passò dall’essere panchinaro al Venezia (B) a titolare e uomo-mercato nella Roma. Invece di spendere e spandere, specialità nella quale Secco ha dimostrato di eccellere, si punti sulla soluzione italiana, ‘verde’ e, soprattutto, economica. I Diego e i VdV non si muovono certo a gennaio. Riprendere i due baby non vuol certo dire attendersi tutto e subito, semmai verificare nei mesi la possibilità di farne parte integrante del progetto per gli anni a venire. La gavetta in provincia, da manna, può diventare mannaia per la carriera ad alti livelli. Ricordate Chiumiento? Prematuramente eletto erede di Del Piero, presto caduto in disgrazia tra Siena, Le Mans e la sua Svizzera, oggi arranca nel piccolo Lucerna. Pur non essendo talento da Juve, avrebbe meritato palcoscenici più prestigiosi. La sua vicenda assume contorni grotteschi ripensando al ‘no’ alla Svizzera in occasione di Euro 2004. Motivo? Nutriva speranze di vestire l’azzurro nel futuro prossimo, prima che il tempo lo riconducesse a più miti consigli.
Aggiornamento: Malesani, nella sfida interna contro il Cagliari, ha lanciato i due assi bianconeri dall'inizio, e sul clamoroso poker di Pozzi c’è lo zampino di entrambi. Il fantasista in miniatura, in particolare, ha propiziato il vantaggio dopo appena un minuto ed il 3-0 in apertura di ripresa, risultando una vera e propria spina nel fianco dei malcapitati avversari. L'ultimo sigillo di Pozzi è arrivato a conclusione di una splendida azione sulla sinistra di Marchisio, abile nel seminare un paio di avversari e mettere in mezzo un pallone col contagiri. Che dire, speriamo che Secco abbia dato un’occhiata agli highlights...

Il tramonto dei morti viventi

Sergio Bernardo Almiron, professione regista, aspirante nuovo Veron, sognando Sudafrica 2010. Sedotto e presto abbandonato dall'Udinese, esploso ad Empoli dopo un breve quanto infruttuoso soggiorno a Verona sponda Hellas, in estate spicca il volo e plana sulle rive del Po. Il resto è un imbarazzo continuo, dalla prima conferenza stampa sino all'espulsione in quello che fu il suo stadio, epitaffio ideale di un feeling mai sbocciato. Lo si ricorderà per la maglia di Paperinik con la quale si presentò il giorno della firma.
Non era solo. Con lui, Tiago Cardoso Mendes, reuccio allo Sporting Lisbona, uno dei tanti al Chelsea ma capace di entrare nelle grazie di Mourinho, costretto a sbolognarlo a Lione per vedersi recapitato Essien. In Francia trova la propria dimensione, suscitando rimpianti nell'ex tecnico nonchè connazionale ed interesse in Secco. L'omissis sulla professione/ruolo è affatto casuale: ufficialmente risulta incursore, ma ci sono versioni discordanti. Lo si ricorderà per l'aspetto da tronista mancato.
Sin dal primo giorno di scuola, i due fanno vita comune, dalla firma al ritiro di Acqui, dove dividono la stanza e... l'altalena. Di prestazioni, chiaramente. Alla prima conferenza stampa, Almiron palesa tutto il proprio disagio al cospetto di un mondo nuovo, presentandosi con la faccia di uno che sembra chiedersi “Cosa ci faccio io qui?”. Passano i giorni, ed il Sergio timido e smarrito sembra un lontano ricordo, mentre il compare arranca. A fine ritiro, la sentenza, pressoché unanime, è pollice su per l'ex Empoli, pollice verso per il portoghese, nonostante i significativi attestati di stima del popolo bianconero.
Quando il gioco si fa duro, qualcosa si guasta. Almiron imbocca un'inarrestabile parabola discendente, che lo conduce dal campo sino alla tribuna. L'altro regala qualche segnale di vita contro Reggina prima e Parma poi, ma le luci della ribalta sono lontane, curiosamente prerogativa di chi si ritrova attore protagonista dopo una vita da gregario (Zanetti).
In questo quadretto kafkiano, Ranieri ha faticato a trovare il bandolo dell'intricata matassa. Dopo fisiologici assestamenti, i primi si sono ritrovati ultimi, e viceversa. Nessun ripensamento, nemmeno di fronte al vistoso calo di Nocerino. Quest’ultimo è arruffone e tecnicamente approssimativo, e pur si muove. L’argentino è passato dall’anarchia all’apatia, il portoghese si trascina per inerzia. La personalità, comunque, non è di casa.
Tornando alla sciagurata serata di Empoli, Almiron è riuscito a riscattare una prestazione insipida con il doppio giallo rimediato per fallaccio a Giovinco corredato da ingiustificate proteste. Senza di lui, e con gli ingressi di Nocerino e, soprattutto, Iaquinta, la Juve ha trovato la forza di reagire, andando in gol con quest’ultimo imbeccato da Del Piero. L’argentino si è confermato calamita per gli avversari, attirati come mosche dal suo incedere incerto, e di conseguenza calamità per i compagni.
I più ottimisti nutriranno qualche speranziella in più su Tiago. Dover correre per due, lui che non corre manco per sé, gli complica esponenzialmente la vita. Pensiamo a Amy Winehouse, talentuoso usignolo inglese, precipitata in un tunnel autodistruttivo e ormai pappa e ciccia con Pete Doherty, uno che difficilmente la terrà lontana dai soliti vizi; insomma, aiutati che Dio t’aiuta, figliuolo/a, la compagnia conta. Sarà un caso, ma Tiago le cose migliori le ha fatte lontano da Almiron, libero insomma di disegnare parabole mirabili per la capoccia dei compagni, senza troppi assilli di copertura. Qui la patata bollente passa tra le mani di Ranieri, il quale pare poco orientato a cambiare. Non che l’ex Lione abbia fatto molto per indurlo a cambiare idea, sia chiaro. Il nocciolo della questione, appurata l’imprescindibile presenza di Zanetti, resta l’approccio molle del calciatore alla partita, lontano anni luce dallo spirito guerriero di Nocerino. D’altronde, le parole di Ranieri lasciano poco spazio alle interpretazioni: “Avrebbero dovuto bruciare l’erba, invece sono stati i toscani ad arare il campo. Non so se ci saranno altre occasioni”. Non fa nomi, non ce n’è bisogno. Più chiaro di così, si muore.
A questo punto, la patata bollente di cui sopra passa in altre mani, quelle di Secco, impegnato a smistare i due pacchi. Mentre per l’argentino si può ipotizzare un ritorno ad Empoli (tanto, gira e rigira, torniamo sempre lì), ovviamente in prestito, ‘Mr. 13.6 milioni’ potrebbe pure restare, se non altro per una questione meramente numerica, mancando le alternative alla coppia titolare. Tramontato lo scambio di prestiti con Riquelme, difficile trovare giocatori e società disposte ad accettare un’analoga soluzione, impossibile rivenderne il cartellino senza rimetterci vagonate di soldi, Tiago è imprigionato, bontà sua, in una sorta di gabbia dorata (3 milioni anni, mica spiccioli), roba da allontanare la malinconia con effetto immediato.
La rabbia, quella dei tifosi, resta, anzi, monta. Se possibile, a gennaio qualche ‘zuccherino’ per addolcire le due amare pillole sarebbe cosa gradita. Certo, visti i precedenti, il rischio di un altro pacco c’è. Il paracadute potrebbe arrivare proprio da Empoli (e da dove sennò?), dove c’è un usato sicuro che reclama maggior considerazione. Marchisio non aspetta altro che una telefonata da Torino per rifare i bagagli e tornare alla casa madre. Con buona pace della strana coppia, mai decollata ma tuttavia destinata a decollare, chi prima, chi dopo, suo malgrado, verso altri lidi.

giovedì 6 dicembre 2007

La Juve imbarca acqua, Iaquinta la tiene a galla

Pensavate fosse impossibile bissare o addirittura peggiorare i primi 70 minuti di Parma? Legittimo, ma sbagliato.
Al cospetto dell'Empoli, fanalino di coda in campionato, gli uomini di Ranieri sono riusciti a confermare l'antico adagio secondo cui al peggio non c'è limite.
O adesso o mai più, ecco servito il rilancio della coppia Almiron - Tiago, ripescati dopo un lungo letargo. Chi si chiedeva come mai vedessero il campo solamente in allenamento ha avuto la risposta più temuta. Nessun abbaglio del mister, semplicemente la costatazione di una desolante mediocrità. L'istantenea più significativa del suo soggiorno juventino coincide con il (presumibile) canto del cigno: Giovinco si invola, l'argentino si affanna nel rincorrerlo cercando in qualche modo di placcarlo, e Farina per una volta si dimostra clemente con i nostri colori sventolandogli un rosso a seguito delle ingiustificate proteste per l'ammonizione ricevuta. Bye bye, Sergio.
Un pelino meglio il compagno di reparto; mobile come un silos e grintoso come Pirlo febbricitante, avrebbe l'occasione di raddrizzare prestazione e partita, ma spara fuori d'esterno destro un pallone finito sulla mattonella giusta ma sui piedi sbagliati. Passa che ti passa, rigorosamente all'indietro, s'intende, Paro gli fa un baffo, e pure la barba.
Dei presunti titolari d'inizio stagione (ri)troviamo anche l'efebico Criscito e Del Piero, in versione 'Il pallone l'ho portato io e ci gioco io', mentre l'unico sopravvissuto al turnover voluto da Ranieri, Legrottaglie, è ancora una volta il meno peggio.
La zampata di Iaquinta consente di guardare al ritorno con fiducia, ed è anche l'unico tra i nuovi a brillare in una squadra costretta a reggersi sulle spalle dei soliti noti.
A qualcuno, in Corso Galileo Ferraris, forse, fischieranno le orecchie. Si consolino, ai tifosi girano i cosiddetti, ripensando a 22 milioni, praticamente quanto incassato dall'affare (per l'Inter) Ibrahimovic, investiti sulla strana coppia Sergio&Mendes. Dedicato a quelli che "facciamoli giocare prima di bocciarli". Speriamo di rivederli insieme, in tribuna e, perchè porre limiti ai sogni, imbarcati in un aereo, destinazione ignota, purchè lontano da Torino, senza un euro e muniti solo di biglietto sola andata.
Qualcuno spieghi poi a Ranieri che mica è Thom Yorke, uno che ha fatto della sperimentazione un'arte. Si limiti al compitino, da onesto mestierante qual è. Grygera a sinistra, il già citato duo in mezzo al campo, Del Piero e Palladino (regredito) di punta funzionerebbero forse alla Playstation, certamente non al Castellani. E che dire del buon Birindelli, addirittura capitano? Ha dichiarato che "Empoli è casa mia". Ok, allora restaci. Disporre, poi, di Marchionni senza avere qualcuno in grado di sfruttarne i traversoni è come dividere il letto con una pornostar e non combinarci nulla: un'occasione sprecata.
E a proposito di occasioni, le riserve ne hanno persa una per zittire i detrattori e tenere sulla graticola i titolari, illudendo addirittura sulla bontà del mercato estivo. A gennaio, dall'alto di un discreto gruzzolo rimasto inopinatamente inutilizzato (o forse è stato meglio così, visto l'andazzo...), si può mettere qualche pezza, magari donando un cervello ad un centrocampo povero di idee.
In caso contrario, si preannunciano tempi duri. Un affaticamento muscolare di Zanetti, un raffredore di Trezeguet, ed è subito buio. Secco, sotto l'albero, facci trovare un set completo di lampadine.

lunedì 3 dicembre 2007

La situazione del calcio non è buona

La stupidità dell'uomo foraggiata dalla crescente invadenza di media spesso inadeguati al ruolo di garante dell'informazione può avere effetti devastanti.
Dopo un susseguirsi di voci sui tragici fatti Arezzo, dove ha perso la vita in circostanze ancora da chiarire Gabriele Sandri, la solita, scarsa, celerità delle autorità (in)competenti ha favorito un'assurda manifestazione di violenza da parte di efferati delinquenti, che hanno messo a ferro e fuoco Roma, riuscendo così a disonorare la memoria di un ragazzo, elevato suo malgrado dal movimento ultrà a martire nella lotta contro le forze dell'ordine.
Le settimane successive si sono svolte secondo copione tipicamente italiano. Reportage strappalacrime, scritte infamanti contro chi è morto facendo il proprio, poco remunerato, lavoro, iniziative discutibili se non nei contenuti, almeno nella tempistica. Manca solo la proposta di santificazione per il Sandri, ma si sa, il passaggio da martire a santo, nell'immaginario collettivo, è breve.
I benpensanti hanno puntato il dito con fare accusatorio, indistintamente, verso il popolo della curva. Errore, è sbagliato generalizzare.
Gli ultrà regalano colore e tono ad un tifo altrimenti da salotto, si rendono protagonisti di iniziative lodevoli, essendo spesso impegnati nel sociale in sostegno dei meno fortunati, e spendendo tempo e denaro per i propri colori.
Il rovescio della medaglia, però, è quel muro di omertà innalzato a protezione dei 'fratelli' che infrangono le leggi. Ponendo tutti questi aspetti sulla bilancia, non c'è confronto.
Se da un lato il codice ultrà promuove il senso di appartenenza e la fratellanza, dall’altro porta all'estremo tali valori, esasperandoli e cambiandone la sfumatura, da positiva a negativa, in nome di una fortissima coesione che non vuol sentir ragioni, nemmeno di maglia, se è vero che persino tra tifosi della medesima squadra esistono contrasti e divisioni.
Siamo arrivati ad un bivio, ma forse chi di dovere lo realizzerà solo al prossimo sinistro, salvo dimenticarselo la settimana successiva. O si isolano i violenti, oppure il circolo vizioso non si arresterà mai. Ancora scontri, ancora morti da piangere. La soluzione? Semplice, più tornelli per tutti., brindiamo con tarallucci e vino.
Nella repubblica italiana delle banane, impensabile una svolta epocale, proprio laddove sono radicate figure ormai preistoriche, a partire da Matarrese, specchio fedele di una classe politica impegnata solo a conservare la poltrona. Le istituzioni latitano, le società sono in balia di frange estremiste per quella benedetta/maledetta (dipende dai punti di vista) responsabilità oggettiva, ma tanto l’importante sono i diritti TV.
Il modello inglese prevede la certezza della pena, stewart al soldo delle società schierati in impianti di proprietà delle stesse e polifunzionali, obbligo di firma per i diffidati, niente gruppi organizzati né striscioni, solo tifo e passione. Qualcuno lo definisce con disprezzo ‘calcio-teatro’. Un consiglio: prima di parlare, via il prosciutto dagli occhi. Sarebbe una svolta epocale, che richiederebbe una rigida applicazione delle leggi vigenti. In quanto tale, da escludere a priori.
Il mea culpa dei tifosi atalantini è solo il primo passo, alle parole (spontanee?) dovranno seguire i fatti, altrimenti sarà solo aria fritta made in Italy, buona solo per il restayling di un’immagine macchiata dalla recente follia.
La repressione lamentata dagli ultrà è l’unica via senza un’azione di pulizia interna promossa dai responsabili degli stessi. L’alternativa è ben più radicale: scioglimento dei diversi gruppi organizzati, in nome della promozione del singolo tifoso ai danni della collettività. La libertà di associazione è sacra, purché preveda il rispetto delle regole, non essendo lo stadio una zona franca.
L’uomo è un animale sociale, ed isolandolo dal branco, difficilmente si renderà protagonista di azioni altrimenti tutelate da amici compiacenti. Da cani sciolti, ci penseranno bene prima di dar libero sfogo alla propria idiozia.
La distinzione tra delinquenti e ultrà è necessaria a causa del qualunquismo imperante verso la categoria del curvaiolo. Senza un significativo riavvicinamento alle autorità, rischiano di farne le spese in primis gli ‘onesti’, non intesi come tifosi della Beneamata, si capisce.
Per il bene di tutti, veniamoci incontro. Senza spranghe e manganelli (magari branditi al contrario), si capisce.

A Milano vince solo... l'Inter

La giocata migliore è firmata Hasan Salihamidzic. A questo aggiungere: portieri sugli scudi, difese attente, attaccanti dalle polveri bagnate. Ingredienti ormai tradizionali, il Milan alle prese con il 'mal di San Siro' e la Juve a digiuno di successi contro le grandi. Mescolare bene, amalgamare il tutto, ed ecco uno 0-0 che lascia freddini un po' tutti.
Ai punti, la vittoria andrebbe agli ospiti, ma i complimenti non fanno classifica, ed è un peccato, poichè la simpatia suscitata dallo status di neopromossa, unitamente al felice avvio di stagione, si è tradotta in frequenti attestati di stima verso la 'nuova Juve' (Cobolli dixit), che pure sarebbe ad un tiro di schioppo dalla capolista senza orrori arbitrali assortiti.
Ancelotti, consapevole del logorio psicofisico dei suoi e vittima di un mercato deficitario, mette da parte il proverbiale albero di Natale a favore di un più compatto 4-4-2 speculare allo schieramento bianconero. Seedorf, libero di svariare sulla trequarti offensiva e spesso a bersaglio contro la Juve, stavolta latita, mentre Kakà è costretto a cercare la traccia esterna per liberarsi del controllo di Legrottaglie e/o Chiellini. Ranieri fa il Kasparov, e dispone al meglio le pedine, accerchiando Pirlo con Iaquinta e Trezeguet generosi nel rinculare ed il duo Nocerino - Zanetti a ringhiare. Inaridite le fronti di gioco avversarie, costringendo Kaladze ad improvvisarsi regista, ai bianconeri manca l'uomo in grado di assestare il colpo decisivo. Un tempo c'era la fila, Farsopoli ha riscritto un copione altrimenti monotono (visto dall'occhio del nemico) e sovvertito le gerarchie, non sorprende dunque che sia un gregario, con un numero estemporaneo, a sfiorare il colpaccio.

Il primo a provarci è però uno dei solisti più attesi, Trezeguet, imbeccato da un cucchiaio dell'imprescindibile Zanetti; il destro al volo del francese si infrange sulla base del palo a Dida battuto.
L'assenza dell'infortunato Camoranesi si fa sentire, nonostante l'abnegazione del suo sostituto. In mezzo al campo manca la qualità, e la medicina giusta, il trampolino ideale per l'atteso (da una parte del pubblico) Tiago non poteva certo essere San Siro. Il nocciolo del discorso è sempre lo stesso, e relativo alla scarsa funzionalità del giocatore al progetto. Nella Juve operaia, non c'è spazio per il portoghese dai piedi buoni.

La mole di lavoro della mediana bianconera non si traduce in pericoli costanti per Dida, così come, dall'altra parte, il maggior possesso palla milanista è vanificato da una manovra sterile. I tentativi di Trezeguet, Zanetti, Iaquinta e Pirlo servono giusto per cosentire ai portieri di rimanere svegli. Altro che thè caldo, i 22 avrebbero bisogno di un caffè corretto con rhum e vodka.

A giudicare dai primi vagiti della ripresa, sembra quasi che l'auspicio si sia trasformato in realtà. Prima è Kakà, dimenticato da tutti nel cuore dell'area, a sparare sul solito, decisivo, Buffon. Poco dopo, sale in cattedra... il Brazzo, il quale, dopo aver ridicolizzato con un tunnel l'inadeguato Serginho, converge sfruttando il movimenti degli avanti bianconeri ed esplode un sinistro che esalta i riflessi di Dida. Sul prosieguo dell'azione, irrompe Nedved, ma Oddo si immola per la causa. L'improvviso lampo di una classe inaspettata non modifica di una virgola il giudizio sul singolo. Da clonare, al pari di Nocerino, dalle caviglie in su.

Una delle rare sgroppate di Molinaro produce un tiro-cross sul quale Trezeguet, stranamente, non si fionda, vanificando una buona chance. A questo punto, Ancelotti corre ai ripari ed inserisce Maldini e Inzaghi per Serginho e Gilardino. Ranieri lo imita poco dopo, togliendo il buon Brazzo e Iaquinta, generoso ma inconcludente, per Marchionni e Del Piero. L'ultima carta calata dal tecnico romano si chiama Palladino, entrato al posto di Nedved appena in tempo per perdere ogni singolo pallone finitogli tra i piedi.
I cambi incidono marginalmente sull'inerzia del match. Il solo Inzaghi, in fuorigioco, al 25°, un minuto prima del doppio cambio juventino, spara su Buffon un preciso lancio di Kaladze, sfruttando una delle rare incertezze di Chiellini. In pieno recupero, concede il bis, ma mica si è il miglior portiere del mondo per caso. Qualsiasi recriminazione per l'occasione sbagliata è stroncata dalla segnalazione del guardalinee per l'offside di Superpippo. Strano, vero?
In soldoni, i secondi 45 minuti hanno visto il Milan crescere alla distanza, ma confermare uno scarso feeling con il gol. La Juve gioca in maniera intelligente, e consapevole dei propri limiti non esita a ricorrere al fallo sistematico quando la squadra si allunga e gli avversari premono sull'accelaratore. Ne sono una riprova le ammonizioni di Zebina, Legrottaglie e Chiellini.

Di questo passo, si può andare lontano. Non lontanissimo, perchè l'Inter capace domenica di espugnare Firenze è di un altro pianeta. D'altro canto, con i viola in calo e l'Udinese destinata a ridimensionare gli obiettivi non appena finita la magia, se il Milan versione campionato è quello visto sabato sera, un posto in Champions è in cassaforte. Il progressivo ritorno di Nedved a certi livelli, il rientro di Marchionni e la rinascita, ormai compiuta, 'del fu infradito' Legrottaglie inducono un cauto ottimismo. Per apprezzare l'attuale posizione della Vecchia Signora, in fondo basta poco. Come non pensare all'opera Onlus estiva verso Empoli e Lione, con Almiron e Tiago rivelatisi semplici sogni di una notte di mezza estate, e piombati in incubo chiamato panchina o, nel caso del pelato argentino, addirittura tribuna.


LE PAGELLE:

Buffon 6.5
- Reattivo su Kakà, attento su tutti gli altri. Prima o poi, un Pallone d'Oro glielo daranno?
Zebina 6
- Tralasciando una scivolata che poteva costare carissima, e fa incazzare persino Legrottaglie, dalle sue parti non si passa. E' pure vero che, nonostante Serginho sia svagato ome quando incideva gli alberi durante le sedute tattiche, si sovrappone poco.
LEGROTTAGLIE 7
- Chiunque gli passi a tiro, lui gli mette la museruola. Non solo chiude con tempestività, ma è persino elegante nei disimpegni. Lui e Nesta sembrano gemelli per una sera.
Chiellini 6.5 - Rispetto al compagno di reparto, ha un'indecisione non sfruttata dal temibile Inzaghi, ma si conferma il solito mastino, confermandosi una realtà come centrale.
Molinaro 6.5
- Come Zebina, limita le sgroppate, ma quando sale, si fa sentire. I piedi, vabbè, sono quelli che sono, ma è in crescita costante, abbina fase difensiva e offensiva. Scommessa vinta.
Salihamidzic 6.5
- Nel primo tempo, il solito Brazzo, solo un po' meno pasticcione. Nella ripresa, si guadagna applausi e sguardi increduli per l'incredibile azione conclusa con un missile terra-area respinto da Dida versione Manchester 2003. Sempre più idolo (Marchionni 5.5 - Stavolta è fumoso, ma in futuro sarà certamente importante).
Zanetti 7
- Uno degli intoccabili. Cuce, rilancia, mettendo in mostra mezzi tecnici non indifferenti per un mediano. Cloniamolo.
Nocerino 5.5
- Ringhia, ma pasticcia troppo. Iniziasse ad azzeccare qualche passaggio, metterebbe a tacere i fan di Tiago.
Nedved 6
- Sta tornando a certi livelli. Non incide, non segna, ma il suo movimento è prezioso, stavolta. Aver intensificato la preparazione lo ha aiutato. E pensare che qualcuno ha sofferto i carichi eccessivi... (Palladino 5 - Non tiene una palla. Ancora immaturo per certe sfide).
Iaquinta 5.5
- Lotta, ma, stretto nella morsa di Nesta e Kaladze, non lascia il segno (Del Piero 5.5 - Passa 'sta palla, e che cavolo!).
Trezeguet 6
- Un palo in apertura, poi si spegne, un po' perchè poco assistito, un po' perchè affannato dal lavoro, per lui inusuale, in copertura.

Ranieri 6.5
- Supera l'esame San Siro. Al tridente non c'ha mai pensato, così dice lui, la mossa Salihamidzic si rivela azzeccata, e costringe addirittura Ancelotti a mettere da parte l'abituale 4-3-2-1. I cambi non sortiscono gli effetti sperati, ma hanno una loro logica. Su questa Juve operaia c'è la sua impronta.

Milan: Dida 7, Oddo 5.5, Nesta 7, Kaladze 6, Serginho 5 (Maldini 6); Gattuso 6, Pirlo 5.5, Ambrosini 6, Seedorf 5; Kakà 6, Gilardino 5.5 (Inzaghi 6).

Arbitro, Morganti 6
- Oculata la gestione dei cartellini, qualche dubbio su un contatto Legrottaglie - Gilardino, lui lascia correre, e ci sta.
Assistenti, Nicoletti 5, Romagnoli 5.5.

martedì 27 novembre 2007

Palermo asfaltato, Colantuono cacciato

Partiamo dall'epilogo, scontato come un cinepanettone prodotto da De Laurentiis: Stefano Colantuono non è più l'allenatore del Palermo. Firmato, Maurizio Zamparini e, idealmente, David Trezeguet, Vincenzo Iaquinta, Alessandro Del Piero (due volte), Marco Marchionni.
Poco importa se, in data 10 novembre, il numero 1 rosanero aveva fatto pubblica ammenda, teorizzando che "Forse ho esonerato troppi tecnici", coerenza e calcio mica vanno a braccetto.
Il nuovo, si fa per dire, tecnico sarà Francesco Guidolin. E sono quattro, in barba ai precedenti, in nome di un ricco contratto ancora in essere.
Prima di chiedersi "perchè?", esercizio piuttosto inutile essendo impossibile imprigionare Zamparini negli schemi della logica, è necessario capire il "come" si è arrivati all'irreparabile.
Di fronte ad una vera e propria disfatta come quella dei siciliani a Torino, è difficile scindere meriti dei vincitori dai demeriti dei vinti, capire dove finiscono gli uni e iniziano gli altri.
Nel dubbio, meglio limitarsi a semplici deduzioni.
Una su tutte, Tiago è destinato a restare un corpo estraneo. L'ennesima panchina, protrattasi per tutti i 90 minuti, nonostante la sua crescita e Nocerino giochi alla 'viva il parroco', testimonia la scelta di puntare su una mediana cazzuta, solo spada niente fioretto. Chiuso a doppia mandata in un cassetto il progetto/sogno di calcio champagne, i cui presunti alfieri sono finiti ai margini della squadra, la serata di grazia dei quattro moschettieri là davanti (e cambiando metà degli interpreti, il prodotto finale non ne risente affatto) maschera per 90 minuti il gap tecnico esistente con Inter e Roma.
La formazione, fatta eccezione per l'esclusione del portoghese, è quella prevista, con Criscito al posto dello squalificato Chiellini e Iaquinta a fianco di Trezeguet. Colantuono opta per un prudente 3-5-2, e rinuncia alla fantasia di Bresciano e Cavani, preferendo loro Caserta e Brienza.
L'arma letale nelle mani, pardon, nei piedi dei Ranieri boys diventa il gioco sulle fasce, dove vengono sfruttate al meglio la superiorità numerica e l'esuberanza di Zebina e Molinaro. Le loro frequenti sovrapposizioni consentono a Camoranesi e al ritrovato Nedved di cercare spazi centralmente, prendendo così in mezzo i disorientati mediani rosanero, soffocati dalla grinta della coppia Nocerino - Zanetti.
Il Palermo, speculare alla Juve nel tentativo di tenere alta la linea difensiva e compatti i reparti, rende la vita difficile a Iaquinta, bisonte bisognoso di spazi, ma pericoloso pure su calcio piazzato in due occasioni, sventate da Agliardi bravo ad allungarsi sulla sua destra. Il sostituto dell'influenzato Fontana è meno abile nelle uscite, ma viene graziato da Legrottaglie. Sul corner successivo, invece, Trezeguet sfrutta una sponda del difensore pugliese ed in rovesciata indirizza con chirurgica precisione un pallone imprendibile alle spalle dell'impietrito numero 1 rosanero.
E' un gol da centravanti vero, uno che fiuta la porta e nei sedici metri si trasforma in rapace insaziabile. Poco dopo, seppur con modalità differenti, il copione si ripete. La firma stavolta è di Iaquinta, sempre più a suo agio quando le maglie avversarie si allargano. Sul cross dalla destra di Camoranesi, si avventa assieme Barzagli (immolatosi poco prima su tiro a botta sicura di Nedved con la porta sguarnita), il quale vince il primo contrasto, ma nulla può sul tiro dell'ex Udinese che infila ancora Agliardi. E' il 2-0, Palermo non pervenuto.
L'inserimento, ad inizio ripresa, di Cavani per Caserta non sortisce effetti. Su azione d'angolo, arriva il primo tiro del Palermo, ma la girata di Zaccardo è un'interbana per Buffon.
Il match si trascina stancamente a causa dell'acclarata inconsistenza degli ospiti, incapaci di costruire azioni d'attacco degne di essere definite tali. Entra Bresciano, ma è solo un uomo qualunque, impotente di fronte al destino.
A riaccendere la partita ci pensa Del Piero, entrato al posto dell'infortunato Iaquinta. Nemmeno il tempo di sistemarsi i pantaloncini, ed ecco arrivare un calcio di punizione da posizione favorevole. Parabola perfetta, ad aggirare la barriera, Agliardi può solo guardare il pallone insaccarsi alle sue spalle per la terza volta. Ecco cosa intende Ranieri quando definisce il capitano "il calcio".
A questo punto, fuori anche Camoranesi, dentro Marchionni, bisognoso di minuti e fiducia dopo il lungo infortunio e le recenti tribune. Et voilà, ci pensa proprio Del Piero a recapitargli sui piedi un pallone col contagiri. Al resto ci pensa Marco: stop, finta, portiere seduto, diagonale, gol. Applausi.
La quinta rete, su rigore, del numero 10 bianconero serve solo ad impreziosirne le statistiche, ponendo l'accento sulla disastrosa prestazione del Palermo, completamente in balia di un avversario comunque in serata di grazia. Quello che doveva essere un serio banco di prova per Criscito restituito al cuore della difesa è stata poco più di una sgambata, utile per confermare personalità, senso dell'anticipo e visione di gioco del giovane napoletano. Conferma pure per le virtù di uno Zebina scevro di raptus, e per il volenteroso Molinaro. I piedi, vabbè, sono un optional.
Va a finire che l'input alle discussione del post partita arrivi da un episodio, ovvero il vivace confronto tra Del Piero e Palladino. Quest'ultimo, anzichè sfruttare l'ottimo taglio del capitano, ha preferito allargare verso Marchionni, venendo così ripreso dal proprio capitano. Sembra che la reazione del 23enne campano sia stata troppo piccata, cosicchè Alex lo ha affrontato a muso duro, reclamando rispetto ed invitandolo a tacere. Essere mandato a quel paese da un pischello non fa certo piacere, e nella risposta del numero 10 si può scorgere quell'atteggiamento fiero e mai domo tipico del personaggio. Inutile dire come il faccia a faccia tra i due sarà usato come grimaldello dai suoi detrattori, ma chi-se-ne-frega.
Dopo una serata così, tutti felici e contenti in casa Juve, e non potrebbe essere altrimenti. Tranne Tiago, si capisce.

LE PAGELLE:
Buffon ng - Serata di relax, avrà avuto tutto il tempo di pensare al nome del piccolo in arrivo a fine anno.
Zebina 6.5 - Ranieri lo ha provato in settimana senza un esterno davanti, per inculcargli l'idea della sovrapposizione. Missione compiuta, peccato si dimentichi di alzare il pallone ad ogni cross.
Legrottaglie 7 - Gli avanti del Palermo si marcano da soli, a lui basta buttarci un occhio ogni tanto. Se la cava, come spesso avviene ultimamente, con classe e sicurezza, ed entra pure nell'azione dell'1-0. E' rinato.
Criscito 6.5 - La tranquillità fatta giocatore, si concede anche qualche giocata elegante. Da rivedere in contesti più competitivi, resta comunque un grandissimo talento da coltivare.
Molinaro 6.5 - Non avendo di che preoccuparsi in fase difensiva, può sfogarsi in avanti. Corre, spinge, si sovrappone. Cosa chiedere di più? Due piedi nuovi.
Camoranesi 6.5 - Tende spesso ad accentrarsi, ma la cosa migliore (cross per Iaquinta) la fa dalla destra. Meno devastante rispetto ad altre volte, resta un giocatore fondamentale nell'economia della squadra (Marchionni 6.5 - Che dire... bentornato!).
Nocerino 6 - Era brutto dare un'insufficienza dopo una prova corale del genere, ma deve comunque lavorare sui fondamentali. Non basta correre e ringhiare per giocare in questa Juve. O forse sì? Brividi.
Zanetti 6.5 - Si vede poco, ma c'è. Eccome, se c'è. Dio ce lo conservi sano.
Nedved 6.5 - Riecco il buon, vecchio, Pavel. Quello '0' nella casella dei gol segnati non deve diventare un'ossessione. Intanto, trotterella per tutto il campo e fa la sua parte, come da tempo non succedeva (Palladino ng).
Iaquinta 7.5 - Cresce alla distanza, corre, segna un gol da centravanti d'area di rigore, sgomita. Il solito, generosissimo Vincenzo, simbolo di una Juve operaia ma vincente (DEL PIERO 8 - Entra, segna due gol e serve a Marchionni il pallone del 4-0. Meglio di così...).
Trezeguet 7.5 - Segna, e fin qui, tutto normale, per quanto il gol sia di quelli degni di una menzione speciale. Corre, cerca la traccia esterna e crossa, e questa è una gustosa novità per David. E' cresciuto, diventando un trascinatore di una squadra che ora sente più sua.

Ranieri 7 - Prepara al meglio la partita. La decisione di lasciar fuori Tiago si rivela assolutamente azzeccata.

Palermo: Agliardi 5, Zaccardo 5.5, Barzagli 5, Biava 4.5; Diana 5.5, Guana 4.5 (Migliaccio ng), Simplicio 5, Caserta 4.5 (Cavani 5), Pisano 4.5; Brienza 5 (Bresciano 5), Amauri 5.

Arbitro, Saccani 6 - Nel complesso non demerita, pur esibendo uno zelo eccessivo con Criscito, ammonito al primo fallo.
Assistenti, Carrer 6, Carretta 6.

giovedì 22 novembre 2007

The Queen is dead

E' il giorno dell'Inter, è l'anno dell'Inter. Come sempre, del resto, ma stavolta un po' di più. Lo scudetto è ad un passo, un ultimo scatto ed è fatta. Cosa sarà mai, battere una Lazio ormai appagata in un Olimpico a tinte nerazzurre. Elementare, Hector. Segna Vieri, è andata. Pareggia Poborski, ma chi sarà mai 'sto ceco, vabbè, capita. Va in rete Di Biagio, e sono 14. Poborski non ci sta, impacchetta un regalo di Gresko, ci mette un bel fiocco sopra e lo spedisce alle spalle di Toldo. No problem, non c'è rosa senza spine, non c'è Inter senza sofferenza. Di lì a poco, finisce il primo tempo. Simeone, l'ex di turno, porta avanti i suoi ad inizio ripresa, Simone Inzaghi chiude i conti. Ronaldo esce e piange come un pupo, la Juve gode. Siamo a Roma, è il 5 maggio 2002, e chi se lo scorda più.
Dal Tevere al Tamigi, dall'euro alla sterlina, dall'italiano (pardon, romano) all'inglese, da cappuccio e cornetto a eggs and bacon. Cambiano tante cose, la beffa rimane atroce.
La cornice, splendida come sempre, risorta dalle macerie come un'Araba Fenice, è l'incandescente catino di Wembley. All'Inghilterra di McClaren basta un pareggio contro la Croazia già qualificata e, si presume, rilassata. Alla faccia, Kranjcar pesca il jolly da distanza siderale grazie alla colossale topica di Carson, degno emulo del predecessore Robinson. Olic raddoppia, e siamo al 14°. Fischi (del pubblico) per fiaschi (quelli di undici solo-presunti-leoni).
McClaren inserisce Beckham e Defoe, la musica cambia. Il secondo procura un rigore trasformato da Lampard, dal piede del secondo, per nulla arrugginito dall'esperienza a stelle e strisce, parte una pennellata d'autore per il 'pennellone' Crouch che sigla il 2-2. Ecco materializzarsi la più antica legge del pallone: gol sbagliato (miracolo di Carson su Kranjcar), gol subito.
Gli uomini di Bilic spingono, e tocca a tale Petric firmare l'epitaffio inglese con un sinistro dal limite e gli avversari versione belle statuine.
D'accordo, l'assenza dell'intera linea difensiva titolare è una bella gatta da pelare, al pari della presenza tra i pali di Carson, eroe di Anfield contro la Juve nel lontano, per noi, 2005.
Non bastano gli assenti, che da assioma hanno sempre ragione, a spiegare la Waterloo inglese, dimostrazione del fallimento della matematica applicata al calcio, dove un'accozzaglia di campioni non necessariamente, come in questo caso, fanno una squadra.
Gerrard e Lampard, centrocampisti totali, soprattutto il capitano dei Reds, sembrano leoncini spauriti e spaesati, dal raggio d'azione limitato e col freno a mano tirato. Qualcuno spieghi a McClaren che i due necessitano di un fedele scudiero (Hargreaves? Carrick?) per avere la licenza di inserirsi e far male. Anzi, non vi affannate, ormai è tardi. L'ex manager del Middlesbrough è stato esonerato. Strano, vero? Non fosse per una 'c' di troppo, verrebbe da dire che non è l'anno di/della McLaren.
Il toto-sostituto è già partito. Mourinho, Capello, Lippi e O'Neill i principali candidati, e i primi due hanno palesato pubblicamente un certo interesse per la panchina più calda del pianeta. Non c'è uno Zamparini o un Calderon, ma l'esercito dei tabloid inglesi schierato al gran completo e pronto a passare ai raggi X la vita quotidiana del disgraziato CT è persino peggio.
Ridurre il clamoroso capitombolo ad una mera questione tecnica è riduttivo. Come per l'Inter, c'è una fortissima idiosincrasia verso la vittoria. Vincenti si nasce, e, caro il mio inglese, lei, modestamente, non lo nacque. Nemmeno Freud, forse, riuscirebbe a scandagliare la psiche di Gerrard & co. così da fornire una risposta al quesito che attanaglia le menti dei tifosi inglesi: "Why?".
Senza scomodare il padre della psicanalisi, uno dei motivi della crisi è riassunto nell'attuale capolista (in coabitazione con lo United), ovvero l'Arsenal. I ragazzini terribili di Wenger sono croce e delizia, nonchè cartina al tornasole, del football inglese. Se da un lato, la capacità di coniugare linea verde, risultati e bel gioco è invidiabile, va pure ravvisata un'esterofilia di morattiana memoria. Ieri sera, l'unico 'gunner' in campo era Eduardo, naturalizzato croato. Nel club londinese, troviamo infatti tanti 'carnefici' (il già citato ex bomber dell'Hajduk) quante 'vittime' (Walcott).
La caccia all'esotico ha fatto un'altra, illustre vittima. Noi italiani ne sappiamo qualcosa, essendo reduci da anni di magra prima di Germania 2006.
Su questo si può, ed i manager inglesi dovranno, lavorare. Certamente, norme inesistenti a tutela della fuga di giovani verso la terra d'Albione e l'ingresso di capitali stranieri, soprattutto americani, non aiutano il calcio inglese ad avviare una 'nazionalizzazione' necessaria per evitare altri 5 maggio.
La tragica notte di Wembley rischia, insomma, di trasformarsi in un punto di non ritorno.
Auguri al sostituto di McClaren. Ne avrà davvero bisogno.