martedì 23 ottobre 2007

Il risveglio del Piccolo Principe

Come un omicida torna sempre sul luogo del delitto, Damiano Cunego riparte laddove la sua ascesa al gotha del ciclismo aveva toccato forse il punto più alto. A coronomento di un'annata d'oro, il 2004, culminata con la conquista d'autorità del Giro d'Italia nemmeno 23enne, fece suo anche il Giro di Lombardia. Da stella nascente a cadente, questo rischiava di essere il destino del veronese, preciplitato nell'oblio, incapace di vincere, salvo corse di basso lignaggio, sino all'ultimo acuto sul lungolago di Como, davanti ad uno spettacolare Riccò. Troppo poco una maglia bianca al Tour e un 3° posto alla Liegi, seppur conquistati all'esordio, per un talento del suo calibro. Sempre al suo fianco, la moglie Margherita e la piccola Ludovica, nata nel luglio 2005, a dimostrazione di una precocità estesa alla sfera privata, e un nutrito numero di appassionati, conquistati dalle imprese del Piccolo Principe.
Maturo e consapevole, pare in grado di (ri)entrare nell'elitè di questo sport, stavolta per rimanerci. Resta da scegliere il veicolo con cui scalare l'Olimpo delle due ruote: grandi corse a tappe o classiche?
Il suo tallone d'Achille, le prove a cronometro, suggerisce la seconda soluzione, ma Cunego punta su un eccellente capacità di recupero da un giorno all'altro, qualità fondamentale per essere competitivi sulla lunga distanza.
Il ciclismo, impoverito tecnicamente dalla perdita del despota in grado di vincere quando vuole (Armstrong) e la storica nemesi Ullrich, senza dimenticare Basso e Vinokourov caduti in disgrazia, può contare su una nuova leva di passisti-scalatori, 'capitanata' da Andy Schleck e che annovera tra le sue fila anche l'olandese Dekker e il nostro Nibali. Guai a sottovalutare, poi, i vecchi volponi nostrani, vedi Savoldelli e Simoni e chi, come Evans, Menchov e Sastre, ha l'occasione di riscoprirsi vincente in età non più verde, dopo una vita da piazzato. Lo spagnolo Contador, fresco vincitore dell'ultimo Tour, guida la nutrita truppa di sudditi di Juan Carlos pronta a darsi battaglia, alla Vuelta ma anche in terra di Francia.
Il Cunego versione Giro 2007 difficilmente potrà competere con i corridori citati. A cronometro paga dazio rispetto agli altri big, mentre su salite lunghe e difficili non riesce (più) a fare la differenza.
Le cotes della Liegi e i muri del Fiandre possono esaltarne le doti di scattista, degne del miglior Bettini. Rispetto al toscano, è più accorto tatticamente, magari meno spettacolare, potenzialmente più redditizio, grazie ad una certa abilità nel leggere la corsa. Al contrario, la necessità di unire doti da cronomen e scalatore per puntare ad un grande giro si scontra con i limiti fisici di Cunego. Basso, all'eta del veronese, prendeva sonore scoppole dagli specialisti, ma, potendo contare su un fisico da passista, e lavorando nella galleria del vento per trovare la posizione più aerodinamica possibile, è arrivato ad infliggere distacchi abissali in grado di spegnere le velleità dei rivali. Indimenticabile l'immagine di 'Ivan il terribile' che, nella crono di Pistoia al Giro 2006, raggiunge e supera con irrisoria facilità il veronese partito ben 5 minuti prima.
Il lavoro specifico aiuterebbe indubbiamente il corridore della Lampre a migliorare, colmando parte dell'enorme gap che lo separa dai migliori, ma sarebbe insufficiente ad aggirare l'ostacolo rappresentato dal fisico troppo esile per andare ai 60 km/h quando la strada spiana.
La sua vittoria alla corsa rosa del 2004 non deve ingannare. L'avversario più pericoloso, Simoni, era suo compagno di squadra, e dovette fare da spettatore all'impresa di Falzes, con la quale Cunego mise le mani sul Giro. Fondamentale il contributo degli straordinari gregari Mazzoleni e Tonti, fuggitivi della prima ora, nello scortare il giovane compagno, scattato a 3 km dalla vetta del Furcia, sino ai piedi della salita del Terento, ultima ascesa di giornata. Sublime esempio di tatticismo applicato al ciclismo, la strategia studiata a tavolino ha consegnato la corsa nelle mani del giovane emergente.
La lettura della classifica generale induce a ridimensionare facili entusiasmi attorno a Damiano: al secondo posto finale si classicherà Honchar nel suo anno di grazia, sfruttando le crono, e alle spalle di Simoni troviamo gli incompiuti Cioni e Popovich. I distacchi sono contenuti, il 10° (Garate) è staccato di 7'47''. Basso, due anni dopo, ne infliggerà ben 9'18'' a Gutierrez Cataluna (2°), e tanto per rendere l'idea a completare la Top 10 c'è Vila, gregario Lampre, a ben 27'34''. Cunego finì ad oltre 18 minuti, umiliato a cronometro, staccato in salita.
Sin dall'anno prossimo, invece, avrà (avrebbe) la possibilità di puntare ad alcune classiche di prestigio tra cui, perchè no, la Sanremo, dove Poggio e Cipressa sono l'ideale trampolino di lancio per esaltarne le qualità, tra cui spicca lo spunto veloce, che gli consente di prevalere in sprint ristretti.
Il piatto per la stagione 2008 si arricchisce delle Olimpiadi cinesi, dove Cunego conta di esserci, così come il campione uscente Bettini e Di Luca, uno dei pochissimi ciclisti in grado di puntare a Liegi e Giro. L'evento estivo potrebbe costringerlo a rivedere i piani, ovvero puntare alle classiche primaverili, non presentarsi al Giro d'Italia e correre invece il Tour senza velleità di classifica. La stessa idea potrebbe stuzzicare l'abruzzese della Liquigas, e in questo caso la 91° edizione della corsa rosa perderebbe due sicuri protagonisti, in aggiunta allo squalificato Basso.
La palla passa ora a Cunego, arrivato ad un bivio decisivo per la sua carriera. La strada meno tortuosa lo porta, disattendendo le premesse di gioventù, a lottare contro i vari Bettini, Franck Schleck e Valverde, in gare di grande fascino come Amstel Gold Race, Liegi e ovviamente il 'suo' Lombardia, perchè, allo stato attuale, è più facile ipotizzare un tris nella 'classica della foglie morte' piuttosto che un bis in rosa.

Di certo, c'è solo il risveglio del Piccolo Principe, il solo in grado, sabato, di tener testa agli scatti del giovane Riccò, per poi regolarlo allo sprint. Dopo anni di magre, non è poco. Il ciclismo, provato da scandali e ripicche, sentitamente ringrazia.

lunedì 22 ottobre 2007

Alex firma ancora, stavolta tutti contenti

La settimana appena conclusa ha visto come indiscusso protagonista Alex Del Piero.
Il tanto agognato rinnovo ha messo fine a congetture ed illazioni sul suo futuro, lasciando spazio ai dubbi sull'effettivo apporto tecnico del giocatore. Dopo l'amara panchina di Firenze, la bronchite di Iaquinta gli regala una maglia da titolare contro il Genoa. Parte male, lento ed impreciso, qualcuno forse gli stava già preparando il coccodrillo e lanciando maledizioni sulla società rea di avergli fatto firmare un ricco contratto. No problem, la smentita non tarda ad arrivare: intorno alla mezz'ora, si defila sulla sinistra, come ai tempi d'oro, punta Konko, gli nasconde il pallone e lo supera in agilità prima, con un tunnel poi, e pur sbilanciato va alla conclusione da posizione defilata impegnando Rubinho. L'azione sfuma, ma il capitano c'è. Tempo 5 minuti, ed ecco l'incontrovertibile prova della ritrovata verve del numero 10. Su un cross dalla sinistra di Nedved, Del Piero taglia benissimo verso la porta, evita il fuorigioco e d'esterno destro batte l'esterefatto Rubinho. A pochi minuti dall'intervallo, sfodera il pezzo forte del suo repertorio, destro a girare su punizione, ma Rubinho alza in angolo. Le occasioni migliori della prima frazione portano la sua firma. Tiracci dalla distanza a parte, Trezeguet testa i riflessi del portiere brasiliano con un colpo di testa telefonato su pregevole cross di Grygera.
Proprio il ceco regala il primo brivido del match, bucando una diagonale e lasciando via libera a Di Vaio che sparacchia malamente, confermando il disgraziato investimento fatto a suo tempo da Moggi, ben 26 milioni di euro più il prestito biennale di Brighi, un ingiustificato bagno di sangue. Le occasione per gli ospiti sono davvero poche, grazie alla granitica coppia Legrottaglie - Chiellini. Decisamente meglio il primo, impeccabile ed elegante nei disimpegni, mentre il secondo alza troppo i gomiti contro Borriello, rischiando a più riprese il cartellino. Banti, fischietto dal giallo facile, colpevolmente lo grazia. A sinistra, Molinaro macchia una prestazione diligente con l'assurdo retropassaggio verso... Sculli, ipnotizzato da Buffon, bravo comunque nel respingere la conclusione.
Come si evince chiaramente dalle formazioni, è una sfida piena di ex. Konko, Milanetto, Di Vaio e Sculli da una parte, senza dimenticare mister Gasperini e l'assente Paro, Criscito dall'altra. Il talentuoso difensore resta in panchina, pagando oltremodo la ritrovata solidità difensiva. Viste le performance dei due mancini là dietro, meriterebbe un'altra chance, fatto sta che l'unica traccia di Genoa nella fila bianconere è Buffon, noto cuore rossoblu.
Tra i citati, Milanetto prova a far girar palla, ma la scarsa vena degli esterni d'attacco compica il gioco degli ospiti. Il centrocampo bianconero regge bene, soprattutto in mezzo, dove Nocerino e Zanetti fanno molta legna e, almeno il secondo non disdegna la ripartenza. Il prevedibile risultato sono lanci lunghi che anestetizzano il match, incanalato verso un noioso 1-0.
Cos, mentre le occasioni latitano, Del Piero cala, Salihamidzic fa quello che può, ovvero poco, e Trezeguet abbandonato a se stesso, sale in cattedra Banti. Feroce distributore di cartellini, espelle il pacato Ranieri, reo di averlo mandato due volte a quel paese per una rimessa invertita. Il suo atteggiamento è quello dell'arbitro inesperto, il quale per palesare la propria autorità ha bisogno di prendere provvedimenti, non essendo in grado altrimenti di gestire un match delicato ma nella norma come spigolosità.
Il tecnico aveva comunque fatto in tempo a sostituire Del Piero, scuro in volto al momento di lasciar spazio ad un vivace Palladino, ad un quarto d'ora circa dalla conclusione. Due minuti dopo tocca da Almiron per Zanetti, per la 'gioia' di Tiago.
La nota dolente di questa Juve è ancora una volta Nedved. Eccezion fatta per il cross al bacio in occasione del vantaggio, il suo apporto è praticamente nullo, vaga per il campo nervoso e ne paga le conseguenze. Prima una discutibile ammonizione, poi, il finale con il giallo, o per meglio dire, con il rosso: proprio in corrispondenda del triplice fischio, salta in maniera scomposta su Konko, colpendolo alla nuca con il gomito, e viene espulso.
Salterà, così, la sfida del San Paolo in calendario sabato sera. Se il fischietto livornese ha interpretato il gesto come violento, allora persino la sfida contro l'Inter è a rischio. Visto il rendimento, all'apparenza non è una gran perdita, ma la sua assenza fa il paio con quelle di Camoranesi e Marchionni, ancora in fase di recupero. Che sia arriva il momento di rispolverare il portoghese triste?

LE PAGELLE:
Buffon 6.5
- Il tiro di Sculli è centrale, ma lui è sempre attentissimo. Non a caso è l'unico bianconero candidato al prossimo Pallone d'Oro, prima del match è stato premiato come miglior portiere del mondo.
Grygera 6 - Buca un pallone che poteva costar caro, per il resto è diligente in fase difensiva e ogni tanto si ricorda pure di avere piedi e fiato per superare la metà campo.
LEGROTTAGLIE 7 - Stavolta, impeccabile. Mette la museruola a chiunque gli passi intorno, ed è pure elegante nei disimpegni.
Chiellini 6 - Se vuole fare il salto di qualità, deve innanzitutto contenersi, perchè quest'irruenza fa il paio con due piedi non proprio vellutati.
Molinaro 5 - Un unico errore, ma poteva costare carissimo. Per fortuna il pallone buono finisce sui piedi sbagliati, quelli di Sculli.
Salihamidzic 5.5 - Il solito Brazzo. Generoso, piedi quadrati, spinge poco. Meglio come terzino.
Nocerino 6 - Generoso, corre per due, deve lavorare sulla tecnica.
Zanetti 6.5 - Bravo come sempre in interdizione, meno continuo di altre volte in costruzione, è comunque fondamentale per questa Juve (Almiron 6 - D'incoraggiamento, almeno ha il buon gusto di starsene in silenzio, al contrario del collega Tiago).
Nedved 5.5 - Bellissimo l'assist per Del Piero, ma non basta. Ingenuo in occasione dell'espulsione, contro il Genoa perde regolarmente il lume della ragione.
Trezeguet 5.5 - Più mobile del solito, ma non sempre preciso, tocca pochissime palle e non incide.
Del Piero 6.5 - Dal 30° al 40° è devastante. Prima fa venire il mal di testa a Konko ed impegna Rubinho, poi va in gol, infine tenta una punizione delle sue, ma il portiere brasiliano è ancora una volta pronto (Palladino 6 - Vivace. Che si stia svegliando?).

Ranieri 6 - Viene espulso, ed è una notizia. Il rosso è eccessivo, ma perde comunque il proverbiale aplomb inglese. Per il resto, azzecca la formazione, anche se Criscito meriterebbe più considerazione.

Genoa: Rubinho 6.5, Konko 5.5, Lucarelli 6, Bovo 6; Rossi 6.5 (Fabiano ng), Juric 6, Milanetto 6, Danilo 5.5; Sculli 5 (Papa Waigo ng), Borriello 6, Di Vaio 5 (Leon 5.5).

Arbitro, Banti 5: Rossi esagerati, troppi gialli, dimostra poco polso.
Assistenti, Alessandroni 6, Di Liberatore 6.

E' NATO TOBIAS DEL PIERO

DAL SUO SITO UFFICIALE:
www.alessandrodelpiero.com

Cari Amici, Sonia ed Io siamo emozionati nel comunicarVi la nascita di Tobias. La Mamma ed il piccolo stanno bene. Siamo felicissimi e Vi ringraziamo per l'affetto che ci avete trasmesso. Alessandro

AUGURONI AD ALEX E SONIA!

Tiago l'ha fatta fuori dal vaso

Incompreso in Italia, Tiago ha deciso di sfogarsi sulle colonne del quotidiano portoghese 'O Jogo'.
L'"umiltè" è rimasta a Lione, assieme a quelle doti che hanno abbagliato gli 007 bianconeri.
Spirito autocritico, questo sconosciuto. Si è salvato in corner riconoscendo, da professionista, la legittimità e rispettabilità delle scelte di Ranieri. In caso contrario, sarebbe probabilmente calato il sipario sulla sua esperienza torinese.
In base all'ottica economica ormai predominante nell'era dell'azienda calcio, nonostante l'infelice uscita e le prestazioni anonime, è dovere del tecnico tentare un recupero, psicologico e tecnico, di un patrimonio societario, ma difficilmente certe frasi passeranno inosservate.
In conferenza stampa, infatti, la risposta del condottiero romana è stata durissima. Si è detto deluso da Tiago, protagonista di un'uscita di quelle che fanno male al gruppo. Come suo costume, senza peli sulla lingua. Per inciso, si è preso la responsabilità dell’acquisto.
Si può discutere sull'opportunità di non alimentare polemiche da gossip di bassa lega, seguendo il monito lanciato sempre dall'allenatore dopo la polemica estiva di Chiellini, all'insegna del 'i panni sporchi si lavano in casa'; il contenuto, però, è ineccepibile.
Lo stesso, ovviamente, non si può dire delle frasi uscite sul quotidiano portoghese.
Prima precisazione: l'intervista non sarebbe stata autorizzata dalla società. Un punto a sfavore del calciatore.
La teoria della preparazione rimasta sulle gambe del giocatore viene disintegrata dai macigni usciti dalla bocca del portoghese. Pur ammettendo le difficoltà iniziali, ha garantito di essere pronto fisicamente da inizio campionato, ponendo l'accento sul fatto che "la preparazione non era stata più intensa di quella a cui ero abituato in altri club". Anche questo non gioca a suo favore.
Ha cercato e ottenuto un faccia a faccia con il mister, dal quale è emersa le fermezza del tecnico sulle sue scelte. Attualmente è la quarta scelta in mezzo al campo, proprio lui, sbarcato in riva al Po per giocare. Dulcis in fundo, il discorso scivola inevitabilmente sul nebuloso futuro, e tra le righe si legge un aut-aut: o gioca, oppure a gennaio chiederà la cessione. La classica "zappa sui piedi".
Tutti delusi, insomma. Tiago per le scelte di Ranieri, Ranieri e la società per le parole di Tiago (presumibilmente anche per le prestazioni), il popolo bianconero per tutta questa assurda ed inesplicabile vicenda tinta di giallo. La società, nelle parole, si è affidata al pacato Secco. Districandosi tra le frasi di circostanza, è facile scorgere il malumore del DS. Nei fatti, auspicabile il pugno di ferro, con multa salata a corredo di una memorabile lavata di capo.
I primi a dare addosso al centrocampista sono i numeri. Pagato 13.65 milioni, ne guadagnerà 3 per, forse, sino al 2012. In campionato, appena 3 presenze per complessivi 148 minuti. Freddi, ma inequivocabili: ad oggi, è flop.
Analizzando le sue prestazioni, c'è da cadere in depressione. Ha avuto la grande chance contro l'avversario ideale, una modesta Reggina, impressionando soprattutto per l'estraneità alla manovra. E' parso addirittura in crescita, ed è tutto dire. Molto dotato tecnicamente ma troppo discontinuo nella giocata, è il classico portoghese bello a vedersi ma eccessivamente compassato ed evanescente.
Gli secca accomodarsi in panchina? Dopo averla fatta fuori dal vaso, qualche domenica in tribuna non ci starebbe affatto male. Così, tanto per ribadire che alla Juve certi atteggiamenti da prime donne, per altro affatto supportati dalle prestazioni, non sono tollerati.
L'idea che Aulas, presidentissimo del Lione, ci abbia rifilato un pacco, si fa concreta.
Ora come ora, nemmeno Calderon ubriaco eviterebbe a Blanc di mettere a bilancio una minusvalenza in seguito alla cessione del giocatore. Le uniche piste praticabili sono lo scambio e il prestito, ma lo stipendio di Tiago se lo possono permettere davvero in pochi.
In attesa di gennaio, spetta a lui, primo responsabile delle proprie disgrazie, dimostrare di essere uno con le palle all’interno del rettangolo verde, non solo di fronte al taccuino di un giornalista lusitano.

martedì 16 ottobre 2007

UFFICIALE: DEL PIERO ALLA JUVENTUS SINO AL 2010

DAL SITO UFFICIALE:
http://www.juventus.com/it/news/detail.aspx?lml_language_id=0&trs_id=1203000&ID=12511


Alessandro Del Piero alla Juventus fino al 2010

La Juventus ha rinnovato fino al 30 giugno 2010 il contratto di prestazione sportiva con Alessandro Del Piero. Il capitano è stato ricevuto dall’amministratore delegato Jean-Claude Blanc e dal direttore sportivo Alessio Secco nella sede della Juventus, e ha firmato l’accordo che lo legherà alla società per le prossime 2 stagioni.
Jean-Claude Blanc ha espresso la propria soddisfazione: «Oggi abbiamo raggiunto un risultato importante per il futuro della Juventus. L’accordo con Del Piero conferma le nostre ambizioni e la fiducia in un giocatore di valore assoluto che continuerà a mettere la sua esperienza al servizio della squadra e di milioni di tifosi. Del Piero è un campione del mondo, un esempio di comportamento e di stile, un calciatore di classe che continuerà a scrivere pagine importanti della nostra storia».
L’accordo sottoscritto, oltre a un riconoscimento economico adeguato a un fuoriclasse, prevede di sviluppare ulteriormente le potenzialità di immagine del capitano in settori e paesi ancora inesplorati, grazie alla piena collaborazione della struttura commerciale della Juventus.
Il presidente Cobolli Gigli ha voluto sottolineare il valore di questo rinnovo: «Siamo estremamente soddisfatti perché l’accordo concorre a consolidare il rapporto di fiducia con un grande campione. Del Piero rappresenta i nostri valori e il nostro progetto. Nel corso della sua carriera si è sempre impegnato con passione e professionalità e ha onorato con grandi prestazioni la nostra maglia. Sono certo che sarà determinante per i prossimi anni».
Anche Alessandro Del Piero ha voluto esprimere la sua soddisfazione: «Oggi ho compiuto una scelta decisiva per la mia carriera e per la mia vita. La Juventus mi ha dato tanto ed è qui che voglio continuare a vincere. La trattativa che ci ha portato alla firma è stata lunga, a tratti complessa, ma ci tengo a sottolineare l’impegno, da una parte di Jean Claude Blanc e di Alessio Secco e dall’altra di mio fratello Stefano e del dottor Dario Tosetti, presidente del Family Office che mi assiste da dieci anni. Sono sereno e fiducioso, perché condivido un progetto che sono certo ci permetterà di tornare a regalare grandi soddisfazioni ai nostri tifosi».

La telenovela è finita, finalmente. Alex, continua a farci sognare!

lunedì 15 ottobre 2007

La quiete prima della tempesta (scozzese)

A Genova, gli azzurri superano agevolmente con punteggio all’inglese la modesta Georgia.
Le reti, una per tempo, portano la firma di Pirlo su calcio piazzato e Grosso, e il timbro del portiere Lomaia, addirittura comico in occasione del vantaggio azzurro. La punizione battuta dal metronomo del Milan, è apparentemente inoffensiva, ma il numero 1 georgiano compie un incomprensibile movimento laterale, scivolando goffamente nel vano tentativo di recuperare la posizione. Il raddoppio è frutto di un bel controllo in area di Toni (un palo nella prima frazione) a liberare Grosso che supera l’incerto estremo difensore ospite in uscita con uno ‘scavetto’.
Gli avversari, privi della stella Kaladze, si presentano con il 17enne Michelidze, primavera dell’Empoli, di punta, sostituito poi nella ripresa dal 16enne Kenia. Corsa e ricorso sistematico al fallo le principali qualità della squadra di Toppmoller, assolutamente inesistente dalla parti di capitan Buffon.
Proprio il portiere bianconero vivacizza un dopo-partita altrimenti soporifero, come del resto i 90 minuti di gioco, lanciando stoccate a CT (“In campo eravamo sfilacciati…”) e compagni (“… e qualcuno camminava.”). Non fa nomi, ma tra i principali indiziati c’è Quagliarella, lontano parente dell’uomo dai gol impossibili visto la scorsa stagione.
Oltre ai 3 punti, l’altra nota positiva è rappresentata dal rientro di Toni, assolutamente imprescindibile nello scacchiere azzurro. Attualmente, è probabilmente il miglior centravanti d’area di rigore del pianeta, assieme a Trezeguet, rispetto al quale vanta una maggior predisposizione al sacrificio.
I contemporanei successi di Scozia e Francia, rispettivamente contro Ucraina e Far Oer, non cambiano di una virgola il preoccupante scenario dei nostri: o si vince a Glasgow, o, salvo clamorose sorprese, gli Europei ce li godiamo dalla poltrone, come nel 1984. L’arbitraggio dell’olandese Vink lascia spazio a qualche recriminazione per Shevchenko e compagni, possibile che l’incandescente catino dell’Ibrox Park intimorisca anche il più integerrimo dei fischietti. Un pericolo in più per gli azzurri, comunque secondario rispetto a colui che siede sulla nostra panchina.
Ieri sera, Donadoni ha dimostrato ancora una volta un’inadeguatezza lampante. Il gioco latita, la presenza del fantasma di Quagliarella incomprensibile, così come la convocazione di Curci. Nel post-partita, Capello lo pungola sulla necessità di evitare troppi esperimenti contro il Sudafrica per cementare l’attuale gruppo. Il CT da ragione all’ex tecnico del Real, affermando di non essere intenzionato a sperimentare troppo, salvo poi smentirsi con le convocazioni. Ben quattro gli esordienti (Paolo Cannavaro, Dossena, Nocerino e Rosina), l’intero undici titolare a Marassi rispedito a casa. Kafkiano.
Non per mettere le mani avanti, ma in caso di eliminazione, inutile prendersela con la Francia incapace di strappare un punto agli scozzesi. Ricordiamoci che, da campioni del mondo, abbiamo pareggiato in casa con la Lituania, siamo stati infilati da un carpentiere e salvati da Buffon nelle isole Far Oer e affrontato la Francia a San Siro puntando al pareggio. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.
In caso di flop, è già pronto Lippi per il bis.
Stanco di fare il viticoltore e pubblicizzare videofonini con la Littizzetto, si è detto pronto ai rientro, lasciando aperta la porta alla nazionale. Interpellato su un possibile ritorno, ha risposto con un caustico “Mai dire no”. Può contare sull’appoggio del gruppo, senatori in primis, e conosce già l’ambiente. Meglio la minestra riscaldata che l’insipida pastetta attuale, meglio il vecchio chef del nuovo incapace di distinguere il caviale dal cibo in scatola, nemmeno di marca. Altro papabile è Capello, forse inviso per vecchie ruggini a Buffon, Camoranesi e Del Piero, ma vincente ovunque. Mica capita tutti i giorni di avere i due migliori tecnici italiani a spasso, e a giugno potrebbe entrare in lizza persino Ancelotti.
Dopo un anno di Donadoni, pure Oronzo Canà andrebbe bene. Tra il suo 5-5-5 e il 4-1-4-1 impostato dell’ex ala milanista, con Del Piero esterno, contro la Francia, non so davvero quale sia il modulo più improbabile.

Non c'è rosa senza spine: Del Piero (IV)

Il suo nome è sulla bocca di tutti.
Di chi sto parlando? Suvvia, è facile. Un aiutino: né Mentana, né Vespa gli hanno dedicato una trasmissione, quindi non è Alberto Stasi. E’ un calciatore, ma non si rende protagonista di figure di emme in Champions, ergo non si tratta di Dida.
Per esclusione, rimane solo lui, Alessandro Del Piero, numero 10 della Juventus… per quanto?
Quel “quanto” si presta ad una duplice interpretazione: la prima, intesa come tempo; la seconda, più maliziosa, come denaro.
Il capitano vive un periodo contraddittorio, combattuto tra la gioia per l’imminente paternità e il dispiacere per la sua situazione calcistica.
Ogni trattativa di mercato è come un parto, il rinnovo di Del Piero è ancora in travaglio. Auguri a Sonia per una soluzione più rapida ed indolore.
Ormai tutti han detto la loro sulla vicenda, mancano giusto Flavia Vento e Melita la “diavolita”. Confido in Studio Aperto, visto che a Buona Domenica sono concentrati sulle nozze di Briatore.
Già, Briatore. C’è spazio anche per lui in questa intricata vicenda.
Neo proprietario del glorioso decaduto Queen’s Park Rangers, disposto a tutto pur di avere il capitano bianconero. Possibilità di successo: 0.001%, praticamente pari a quelle che ha Fisichella di vincere un GP con l’attuale Renault.
Considerando età ed ingaggio, Del Piero non ha la fila di pretendenti sotto casa. Eppure, se volesse, Ancelotti lo accoglierebbe a braccia aperte. La politica del Milan, improntata su uomini d’esperienza che combinino classe, immagine e marketing, Collina, pardon, collima perfettamente con le caratteristiche del 10 bianconero.
Manca un tassello, fondamentale, perché si completi il mosaico: la volontà del giocatore, e conoscendone lo stile, è molto difficile immaginarlo di rossonero vestito, o comunque da avversario. Un Cavaliere non abbandona mai la sua Signora, nemmeno per gli euro del cavaliere di Arcore.
Ci sarebbero le ipotesi Arsenal e Manchester, dove gode della stima dei rispettivi tecnici e ci sono giovani talentuosi pronti ad apprendere da lui, oppure altri club inglesi di minor prestigio. Altre possibilità, come USA e Giappone, sono da scartare, perché sinonimo di pensione anticipata.
Il finale è, insomma, già scritto, manca solo la firma a suggello di un rapporto sopravvissuto alla B.
Per rimanere bianconero, Alex dovrà ridimensionare le proprie pretese.
Recedere dalle cifre del sontuoso contratto strappato da Pasqualin non è semplice, ma necessario.
Il miglior Del Piero se n’è andato con il passare degli anni, rimettendoci pure un ginocchio, ma la capacità di essere decisivo ce l’ha nel DNA. Si è soliti dividerne la carriera in due tronconi, prima e dopo il terribile incidente di Udine, datato 8 novembre 1999. Numeri e sensazioni si scontrano: i primi parlano di una miglior media gol nel periodo post-infortunio; le seconde della nostalgia per il giocatore che fu. A chi dar ragione? Ad entrambi, trovando il giusto compromesso, come quello finora vanamente cercato da Blanc e Stefano Del Piero, fratello e manager del capitano.
Con il passare degli anni, Alex ha ristretto il proprio raggio d’azione, finendo per giocare quasi da prima punta, e questo spiega pure il crescente feeling con la porta avversaria. Necessità del collettivo e scriteriate scelte tattiche, in azzurro, lo hanno costretto ad agire addirittura da esterno. In futuro potrebbe non avere più questo problema. Escluso dai convocati per la sfida contro la Georgia, nonostante un momento non certo brillante viene spontaneo collegare la scelta di Donadoni al colloquio avuto con il giocatore per chiarirne le modalità d’utilizzo. Pinturicchio non si arrende di certo, l’obiettivo sono i prossimi Europei, il sogno Sudafrica 2010. Per quell’anno, l’attuale CT potrebbe aver già fatto i bagagli. Sfatiamo un altro falso mito: Del Piero ha fallito in azzurro. Campione del mondo, miglior cannoniere azzurro in attività, trascinatore nelle fasi di qualificazione.
Quando si parla di lui, le esagerazioni sono all’ordine del giorno.
Basta poco, una panchina o una sostituzione, per parlarne in toni catastrofici, che spaziano dal “caso Del Piero” al “Del Piero è finito (?)”.
Che ci volete fare, è fatto così. Parla con gli uccelli, non ama essere sostituito, non saluta la curva ad ogni coro come fa Buffon, ed infatti qualcuno vorrebbe affidare la fascia da capitano a quest’ultimo, quello che per due estati di fila è stato vicinissimo al Milan, e senza Farsopoli sarebbe sicuramente rossonero.
L’aspetto più curioso è rappresentato dall’estrazione calcistica dei contestatori di Del Piero. I primi ad attaccarlo sono i tifosi bianconeri. Tra le molteplici critiche legittime derivanti da prestazioni insoddisfacenti, ci sono coloro che spuntano giusti giusti quando il nostro sbaglia una partita, infierendo con atteggiamento maligno e godereccio, mai, comunque, quanto farò io con loro il giorno del rinnovo del capitano. Immagino i loro travasi di bile, e godo.
Ultimamente, per la gioia di certi detrattori, Del Piero è tornato Godot.
All’esordio viene sostituito da Iaquinta sull’1-0, in coincidenza con il calo del Livorno e l’inizio della goleada, sancita dalla doppietta di Vincenzo. Si inizia così a profilare un nuovo dualismo, dopo quelli con Baggio, prima in bianconero poi in azzurro, Totti ed Ibrahimovic. Da segnalare come il primo gol dell’ex Udinese sia arrivato su rigore e il secondo per una fortunosa deviazione su tiro da fuori di Nedved. La prima rete, firmata Trezeguet, è stata propiziata dal perfetto assist di Del Piero. Contro il Cagliari, prestazione scialba. Aggravante, un pallone sparato alle stelle con la porta vuota spalancata davanti; salvagente, un gol e l’assist per il 2-3 di Chiellini. La domenica seguente, in casa contro l’Udinese, sale di tono, ma colpisce ben tre legni. A Roma, da trequartista, disputa un discreto match, con la macchia del rigore sbagliato. Seguono la panchina causa turnover contro la Reggina, il buon derby e l’esclusione di Firenze, motivata secondo i maligni da una telefonata dall’alto, più realisticamente da una forma che stenta ad arrivare.
Gli episodi lo hanno palesemente sfavorito. Due pali, una traversa, un penalty fallito, altri non concessi. Intestarditosi nei dribbling, come se dovesse dimostrare chissà cosa a chissà chi, vive certamente un periodo di difficoltà. Porre l’accento su determinati aspetti omettendone altri, si finisce per stravolgere la realtà.
Una storia d’amore come quella tra la Vecchia Signora e il suo Cavaliere non può e non deve finire così. Per il bene di tutti, urge chiudere la querelle al più presto, tenendo presente che non si tratta della fine, ma di un nuovo inizio, l’ennesimo dopo 14 anni insieme.

Non c'è rosa senza spine: Nedved (III)

Da Furia Ceca a furia cieca, nel senso che, pur continuando a macinare chilometri, il pallone lo vede poco.
Pavel Nedved, l'uomo dalla rotula tripartita, vaga per il campo senza meta come un Tiago qualsiasi.
Mai domo, mai prono... mai decisivo.
Gli infortuni di Camoranesi e Marchionni, ormai prossimi al rientro e le lune storte di Del Piero lo costringono agli straordinari.
I due uomini deputati a portare qualità in mezzo al campo, Almiron e Tiago, sono ancora in ferie, cosicché ci dobbiamo affidare ai soliti noti, Buffon, Zanetti, tanto sottovalutato quanto indispensabile, e Trezeguet, con la new entry Iaquinta.
E' una storia già vista.
I primi mesi di Nedved furono tormentati, tanto da essere puntualmente richiamati alla mente ogni qual volta si discute del già citato oggetto misterioso portoghese a mo' di appiglio. Il passaggio dal 4-4-2 classico al centrocampo a rombo avente nel ceco il vertice avanzato cambiò l'inerzia della stagione culminata nella Caporetto interista del 5 maggio.
Da lì ad arrivare al Pallone d'Oro, il passo fu breve, ma non indolore. Come dimenticare quella sciagurata ammonizione presa per un inutile fallo a metà campo, a risultato ormai acquisito, nel corso della semifinale contro il Real. Ecco manifestarsi, nella maniera più atroce, il rovescio della medaglia del suo essere un’inesauribile trottola. Dopo il triplice fischio dell'arbitro, sul volto di Pavel fanno capolino le lacrime amare di chi si è visto sfilare la possibilità di coronare un sogno cullato da anni, sin da quando, ancora ragazzino, si allenava con cura maniacale sui tiri da fuori area, divenuti poi un suo devastante tratto distintivo. Come è finita poi la finale di Manchester, senza Pavel, lo sappiamo bene.
Seguiranno anni a corrente alternata, anche a causa del rigido tatticismo di Capello, fruttuoso in Italia ma avaro di soddisfazioni in Europa, rimasta il vero cruccio del ceco.
Confinato a sinistra, discontinuo nella giocata che l’ha reso devastante, ovvero il movimento a pendolo sinistra-centro con bolide indirizzato alle spalle del portiere, la sua fortuna è stata la scarsa concorrenza, prima di Kapo poi di un Mutu rimpianto, ma non certo come ala.
La B, con il suo calcio fisico e rude, ci ha restituito il vero Nedved. Dei pochi campioni rimasti, gli unici ad aver onorato sempre la maglia sono stati, oltre al ceco, Buffon e Del Piero. Qualsiasi riferimento agli svogliati Camoranesi e Trezeguet è voluto, fortissimamente voluto.
L'estate regala il solito tormentone: Pavel si ritira o no?
Il contratto scade a giugno 2008, eppure qualcosa non va. Si scopre che, ai tempi della Triade, il biondo di Cheb aveva accettato una decurtazione dell'ingaggio per venire incontro alle esigenze di bilancio, arrivando a guadagnare meno di Boumsong e Kovac, i Gianni e Pinotto della difesa bianconera. Non vuole mica la luna, Nedved, semplicemente si aspetta che la nuova società, quella dell'etica e della trasparenza, mantenga le promesse fatte a suo tempo. Trattandosi degli stessi signori che hanno millantato un ricorso al TAR per poi ritirarlo con la coda tra le gambe, non è poco. La trattativa, infatti, va avanti a lungo, e addirittura si prospetta un trasferimento del numero 11 all'Inter. Paura e delirio, ma se al tavolo delle trattative siedono, da una parte Secco, dall'altra Raiola, l'impossibile diventa possibile. La differenza, come in campo (non quest'anno), la fa Nedved, il quale di sottomettersi ai magheggi del sedicente manager non ci pensa nemmeno lontanamente. Contratto adeguato, e tutti vissero felici e contenti.
Fino ad oggi, se non altro. Come detto, questo Nedved è lontano parente del Pallone d'Oro.
Shhhhh, meglio dirlo sottovoce, altrimenti si rischia di essere insultati.
In nome di non si sa bene cosa, attaccare, un nome a caso, Del Piero, è diventato lo sport nazionale più praticato da molti juventini, mentre l'immunità di cui gode il ceco è seconda solo a quella dei parlamentari italiani, cribbio.
Lo salva probabilmente la grinta. Una cosa che non gli si può rimproverare è l'impegno, mai venuto meno, nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia.
Il suo spirito da Braveheart è imprigionato in un corpo incapace di rispondere come ai tempi d'oro. Vorrei, ma non posso, insomma.
Nedved è unico, tanto da non essere presenti in organico un giocatore che incorpori tutte le sue qualità. I possibili sostituti del biondino sono molteplici a seconda del modulo scelto da Ranieri, ma tutti con un approccio al ruolo diverso dal ceco.
Nel 4-4-2 il vice Nedved è Marchionni (ora out), comunque più a suo agio sull'altra fascia. Essendo un'ala pura, da lui ci si aspettano quei cross che Trezeguet reclama vanamente da un anno e mezzo. Altre soluzioni, come l' arretramento di uno tra Del Piero e Palladino, l'avanzamento di Molinaro o lo spostamento del jolly Salihamidzic, sono da valutare solo in determinati momenti della partita o in casi d'emergenza.
Il 4-3-1-2 proposto a Roma, Pavel ha giocato a centrocampo sul centrosinistra, mostrando impegno ma facendosi notare solo in occasione del rigore procurato. La sua posizione ideale sarebbe dietro le due punte, laddove può agire un Del Piero poco propenso ad arretrare il proprio raggio d'azione. Sarebbe una sorta di ritorno al passato, ovvero all'era Lippi, quando il cambiamento tattico fu la chiave della stagione, e della carriera del ceco. Lo scorso anno, dall'alto di una, per fortuna irraggiungibile, incapacità di leggere la partita, Deschamps lo schierò in posizione centrale nella partita sbagliata, in casa contro un Albinoleffe capace di chiudere pure gli spifferi in mezzo. Risultato? Spazi intasati, 0-0. Tornando ad oggi, un modulo del genere impedirebbe il reinserimento del già citato Marchionni, ma attenzione, con il suo passo può essere l'uomo in più della squadra.
Le caratteristiche di Trezeguet inducono ad escludere un ipotetico 4-2-3-1.
Ora sta a Nedved ritrovare se stesso; gli impegni delle nazionali e la conseguente sosta lo agevolano, non la carta d'identità, purtroppo inequivocabile. Il tempo passa per tutti.
Ci sarebbe un tesoretto di 20 milioni circa, ma la priorità spetta alla difesa, inoltre acquistare a gennaio comporta un bagno di sangue, inevitabile se i dirigenti sfoderano il braccino corto a luglio e agosto.
Post scriptum: ci sarebbe pure un ragazzino di 20 anni ad Empoli, capace di infiammare il pubblico con uno stop, che ha trovato sulla sua strada un allenatore, Cagni, che lo vede a giorni alterni. E' Sebastian Giovinco, è nostro, è gratis, riportiamolo a casa. Rischio zero, non abbiamo niente da perdere, solo da guadagnare.

mercoledì 10 ottobre 2007

Non c'è rosa senza spine: Almiron & Tiago (II)

Doveva consentire il salto di qualità al centrocampo bianconero.
L'acquisto più costoso dell'ultima sessione di mercato, segno inequivocabile di una scelta precisa: addio alla mediana muscolare di capelliana memoria, spazio alla qualità.
Le (buone) intenzioni sono rimaste tali.
Tiago Cardoso Mendes, classe 1981, è l'oggetto misterioso della Juve di Ranieri.
Pagato 13 milioni al Lione, presentato insieme ad Almiron, suo gemello designato, nelle gerarchie del tecnico è stato presto scalzato da Zanetti e Nocerino.
I motivi di questa debacle sono oscuri.
Ha pagato certamente la preparazione, abituato a ritmi più blandi tipici di Inghilterra e Francia. In data 10 ottobre, però, non può essere l'unica ragione.
Tatticamente, il miglior Tiago, fuori dal Portogallo, lo abbiamo visto a Lione, schierato nel centrocampo a 3 sul centrodestra.
Le sue peculiarità, la capacità di trasformare i palloni sporchi in giocabili e gli inserimenti offensivi.
Di lui, Scolari, CT del Portogallo, ha detto: "Non da mai meno del 70% e meno del 90%".
Il presidente del Lione Aulas, dopo averlo piazzato a Torino, ha fatto intendere di averci rifilato un pacco, ponendo l'accento sui problemi fisici del ragazzo. Di primo acchito, si può pensare alle farneticazione di un uomo consapevole di aver indebolito la propria squadra. Alla luce delle rare e sconsolanti prestazioni del nostro, le parole di Aulas acquistano un significato sinistro.
Al momento della formalizzazione dell'acquisto del portoghese, le posizioni di Camoranesi e Nedved erano ancora in bilico a causa di grane contrattuali.
Ecco una possibile chiave di lettura dell'affare: nel timore di perdere uno dei due, forse l'italo-argentino, la dirigenza si è cautelata con il pupillo di Mourinho.
Certamente, il primo obiettivo per il centrocampo era Frings, quindi Tiago costituisce un ripiego, una seconda scelta.
Il tedesco è un mediano di quelli che si attaccano alle caviglie avversarie sin dal fischio iniziale. Un po' come Sissoko, dotato di un tasso tecnico maggiore tanto da meritarsi l'etichetta di nuovo Vieira. Lanciato da Ranieri ai tempi del Valencia, è stato a lungo nel mirino degli uomini mercato bianconeri. Come spesso accade, a questo punto, le versioni si fanno discordanti. Il calciatore fa sapere di aver rifiutato la proposta della Juve; altri affermano che sia stato scartato per problemi di salute (chi ad un occhio, chi ad un ginocchio); altri ancora parlano di una bocciatura da parte dell'allenatore, causa scarsa personalità.
Le caratteristiche di Tiago, come detto, sono diverse.
E' un incursore, non un mastino.
Può giocare assieme ad Almiron (il Juninho di turno) se affiancati da uno tra Nocerino e Zanetti, onde evitare di sbilanciare la squadra.
Il soprannome di "lavatrice", affibbiatogli ai tempi di Lione, è dovuto alla pulizia nel tocco di palla che gli consente di rendere giocabili palloni infidi. Attenzione, dunque: non ne esalta le doti di faticatore. Doti che non ha.
Se dirigenti e allenatore lo avessero scambiato per un emulo di Gattuso, urgono dimissioni immediate per manifesta incompetenza.
Impiegato per 90 minuti solo a Parma in Coppa Italia, dove ha sfoderato una prestazione tutt'altro che memorabile, ha sostituito Almiron alla prima di campionato e Zanetti alla terza, avendo modo di disputare una quarantina di minuti vicino all'argentino, suo gemello designato, autore di una prova disastrosa, come a Cagliari la settimana prima. Nel turno infrasettimanale, avversaria la Reggina, ampio turnover, spazio ad alcune riserve, tra cui Tiago. Schierato trequartista alle spalle di Trezeguet e Palladino, dopo 20 minuti incoraggianti, si è improvvisamente spento. Alcuni tifosi, abbagliati da un inizio promettente, ne hanno valutato positivamente la prestazione. Al contrario, ha palesato tutti i suoi limiti.
Molto dotato tecnicamente, vedi lo splendido lancio per Palladino o il doppio uno-due con il napoletano nella ripresa, si è mosso poco, evidenziando una scarsa personalità e il difficoltoso inserimento nei meccanismi della squadra. I proverbiali inserimenti senza palla sono rimasti a Lione, assieme al vero Tiago. A Torino è sbarcato il cugino scarso, eccessivamente compassato e ormai complessato.
Anacronistici e distruttivi, anzichè costruttivi, i paragoni con i vari Nedved, Sousa e Zidane, campioni esplosi a scoppio ritardato, tra problemi fisici ed equivoci tattici. Addirittura, qualcuno ha scomodato l'immenso Platini, tormentato dalla pubalgia durante i primi mesi torinesi. Tra l'altro, ai tempi del connazionale Sousa, il preparatore era Ventrone. Ci fosse ancora il 'Marine', Tiago andava raccolto con il cucchiaino.
Per uno che continua ad andare a fondo in un oceano di mediocrità, c'è chi si è ricordato di come si nuota e rimane a galla.
E' Almiron, tornato a Firenze su discreti livelli. Ha confermato di avere le qualità tecniche per far girare la squadra, gli mancano continuità e personalità. La sosta arriva al momento sbagliato, rischiando di intaccarne la crescita.
Dopo averlo visto a Cagliari contro l'Udinese, l'unica consolazione è stata pensare che fare peggio è davvero impossibile.
La squalifica di Zanetti ne ha reso necessario il ripescaggio, ma con tutti gli effettivi a disposizione, l'italiano è titolare a fianco di Nocerino.
Questo fatto non può che far riflettere chi ha speso 22 milioni per due panchinari, sbolognando troppo in fretta Marchisio.
L'ex direttore d'orchestra dell'Empoli resterà certamente, almeno sino a giugno.
Tiago si dice abbia chiesto la cessione. Interessa in patria, dove i soldi scarseggiano ma qualche contropartita tecnica appetibile, volendo, si trova. Si parla di un possibile scambio con Luisao, centrale del Benfica. Dio ce ne scampi, di Boumsong ne basta uno.
L'unica via plausibile, a meno di non trovare un pazzo disposto a sborsare 13 milioni per lui, è tenerlo, sperando che si desti dal torpore. Non è facile, anche tatticamente, trovare un compromesso buono per tutti.
Meditate, gente, meditate. Soprattutto (su) Secco...

Non c'è rosa senza spine: Criscito (I)

Nonostante il buon momento della Vecchia Signora, non è difficile scorgere qualche faccia incupita tra gli uomini di Ranieri.
Basta buttare un occhio sulla panchina, ed ultimamente ci si imbatte in Domenico Criscito.
Difficile comprendere il suo stato d'animo, vista la maschera imperturbabile assunta dal ragazzo. Non lascia trasparire emozione alcuna, giustificando così il soprannome di "svedese" affibbiatogli sin dai tempi delle giovanili genoane. Effettivamente, più che napoletano pare nativo di Stoccolma.
Sin dal precampionato, dopo i fisiologici esperimenti di mezza estate, la scelta di Ranieri è stata chiara: titolari Andrade - Criscito, dietro tutti gli altri. L'infortunio del portoghese ha rotto l'idillio, già incrinato da alcuni errori, soprattutto del numero 5.
Errori dovuti fondamentalmente all'inesperienza e al fisico esile. A preoccupare è soprattutto quest'ultimo fattore.
Se il gap in termini d'esperienza potrà essere colmato solo accumulando minuti, servirebbero invece alcune sedute extra in palestra per metter su quei muscoli necessari a reggere l'impatto con gli attaccanti della massima serie.
Criscito supera l'1.80, ma sfiora appena i 70 kg. Ne hanno beneficiato non solo Inzaghi e Totti, ma anche Rossini, Larrivey e Matri, tutti abili nel far perno su di lui per poi aggirarlo, una costante, e nel sovrastarlo di testa.
Il calcio è fatto di episodi, e questi hanno penalizzato oltremisura il giovane Under 21. Ad altri è andata meglio.
Prendiamo Chiellini. Partito benissimo contro l'inesistente Livorno, Foggia gli ha fatto girare la testa a Cagliari, facendogli fare la figura di un Gresko qualsiasi. Attestatosi su livelli da "senza infamia nè lode", contro la Fiorentina ha sfoderato una convincente prova, facilitato dal gioco, alla 'viva il parroco', dei viola, fatta eccezione per due episodi: prima battezza fuori un pallone recuperato da Semioli sul quale va in sandwich con Molinaro; infine, abbraccia Vieri in pieno recupero improvvisando un match di wrestling. Due calci di rigori non ravvisati dal distratto Rizzoli. Avesse fischiato, i giudizi lusinghieri sulla sua gara si sarebbero sciolti come neve al sole.
Alquanto discutibile la gestione di Ranieri.
A parole gli ha ribadito la fiducia, prendendosela anzi con i giornalisti colpevoli di essersi accaniti sul talentino napoletano. Lo sfogo del tecnico di fronte a microfoni e taccuini risale all'indomani della sfida di Roma, che ha visto il difensore sostituito nell'intervallo, come a Cagliari. Dopo averlo utilizzato contro la modesta Reggina, Criscito è rimasto in panchina nel derby e a Firenze, in barba alle buone intenzione palesate dall'allenatore.
In queste due occasioni, ad onor del vero, la difesa ha incassato una sola rete, su rigore, provocato (regalato) da Legrottaglie.
Attribuire i meriti dell'inversione di rotta all'esclusione di Domenico sarebbe alquanto ingeneroso.
Le due sostituzioni subite nell'intervallo, controproducenti.
Dal punto di vista psicologico, nonostante la dura scorza, hanno probabilmente intaccato l'autostima del ragazzo, fatto passare per capro espiatorio di un problema invece generale.
Tecnicamente, non ci sono stati particolari benefici.
A Cagliari, nella prima frazione Criscito ha sofferto la fisicità della coppia Matri - Larrivey, Chiellini, come detto, quella furia di Foggia, baricentro basso e svelto di gambe. Invertirli sembrava brutto? Evidentemente è così, visto l'ingresso di Legrottaglie, piazzato a fianco dello sfortunato Andrade. Il risultato è stata la doppietta da un Foggia scatenato su rigore, il primo provocato da un'ingenuità del centrale pugliese. Sul patibolo, però, c'è finito proprio Domenico.
L'errore di Roma (Totti, spalle alla porta, si appoggia regolarmente sul difensore, aggirandolo e mandandolo fuorigiri; inutile il goffo tentativo di recupero) è palese nonostante i meriti del capitano giallorosso, e va a macchiare una prova altrimenti convincente. In occasione del raddoppio giallorosso, gli si può imputare una scarsa convinzione nel contrasto con Aquilani, ma la sfortuna ha giocato un ruolo decisivo. Nell'intervallo, entra di nuovo Legrottaglie al suo posto. A complicare il quadro, il grave incidente occorso ad Andrade, tanto da costringere Ranieri a ridisegnare una difesa assolutamente inedita. Non a caso, la Roma attacca a più non posso, mancando il colpo del ko un po' per errori di mira, e un po' per un super Buffon. Infortuni dei singoli non se ne vedono, è nel suo complesso che il reparto sbanda. Come nel post-partita di Cagliari, Criscito viene crocefisso.
Lontano dalla perfezione, ma anche dal rappresentare il male assoluto.
Non si pensi che i campioni di oggi all'età di Domenico raccogliessero consensi.
Cannavaro era riserva nel Napoli; Nesta alternava partite positive e passaggi a vuoto; Maldini faceva la sua figura sulla sinistra; idem Ferrara a destra.
Ecco, proporlo a sinistra può essere una soluzione, per lo meno quando la punta da marcare meglio si combina con la potenza e la struttura fisica di Chiellini. Casiraghi lo utilizza in quella posizione, lo scorso anno Gasperini, se costretto, lo ha schierato fluidificante di sinistra nel 3-4-3 con risultati incoraggianti. I piedi ci sono, la personalità non gli fa difetto, deve solo crederci.
Lui, come Ranieri, perchè questo ragazzo ha un talento raro, se non unico attualmente in Italia, e deve giocare.
E' giovane, ogni tanto sbaglia, come del resto elementi più navigati.
Bisogna insistere su di lui, e, tempo un paio d'anni, ci ritroveremo, finalmente, con un campione cresciuto in casa, come vanno predicando da tempo Blanc e soci.